Tra i nove miracoli dipinti nella chiesa di Oberzell – miracoli di Cristo, ma allo stesso tempo miracolose realizzazioni della miglior pittura ottoniana – uno, quello della guarigione dell’indemoniato, merita di essere osservato e raccontato con più attenzione di quanto si possa fare durante la visita alla chiesa sull’isola di Reichenau. Moltiplichiamo gli sforzi, allora, di fronte ad un evento evangelico poco noto, e di fronte ad un affresco la cui leggibilità non è certo ottimale. Ci faremo aiutare: dal testo del Vangelo, innanzitutto, e poi da un paio di “fotografie” che – lo vedremo – migliorano non di poco la nostra capacità di lettura.
L’affresco è il primo degli otto grandi riquadri che, realizzati tutti dalla stessa mano negli ultimissimi anni del X secolo, raffigurano nove momenti – in uno dei grandi rettangoli i miracoli sono due – in cui il Maestro mostra la sua potenza divina e le sue capacita taumaturgiche. Questa prima scena, collocata subito all’inizio della navata, a sinistra, ci mostra Gesù che, seguito dai suoi, dialoga con un uomo seminudo – l’indemoniato – dietro al quale si vedono alcuni maiali precipitarsi, da un ponte un legno, in uno specchio d’acqua; sullo sfondo, si intravvede una città; sulla destra, un uomo armato, o forse due, si allontanano in fretta.
Guardiamo di nuovo l’affresco con l’aiuto di una fotografia molto più bella delle nostre, in cui addirittura si riesce a leggere l’iscrizione – DAEMON PROIICITUR, LEGIO CUI NOMEN INHAERET. TUM PORCOS SUB[EUNT]. HI MARIS ALTA PETUNT – che possiamo tradurre così: “Il demone chiamato Legione viene scacciato. Poi [i demoni] entrano nei maiali. Si tuffano in mare aperto”. Senza alcun dubbio, quindi, qui si tramanda in pittura l’episodio della guarigione dell’indemoniato di Gerasa, che è narrato dai tre Vangeli sinottici in forma molto simile, e che noi quindi rileggiamo secondo il racconto di Marco (5, 1-20).
Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Geraseni. Appena Gesù fu smontato dalla barca, gli venne subito incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo, il quale aveva nei sepolcri la sua dimora; nessuno poteva più tenerlo legato neppure con una catena. Poiché spesso era stato legato con ceppi e con catene, ma le catene erano state da lui rotte e i ceppi spezzati, e nessuno aveva la forza di domarlo. Di continuo, notte e giorno, andava tra i sepolcri e su per i monti, urlando e percuotendosi con delle pietre. Quando vide Gesù da lontano, corse, gli si prostrò davanti e a gran voce disse: «Che c’è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi». Gesù, infatti, gli diceva: «Spirito immondo, esci da quest’uomo!». Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Ed egli gli disse: «Il mio nome è Legione, perché siamo molti». E lo pregava con insistenza che non li mandasse via dal paese. C’era là un grande branco di porci che pascolava sul monte. I demòni lo pregarono dicendo: «Mandaci nei porci, perché entriamo in essi». Egli lo permette loro. Gli spiriti immondi, usciti, entrarono nei porci, e il branco si gettò giù a precipizio nel mare. Erano circa duemila e affogarono nel mare.
Il racconto prosegue con la reazione di coloro che hanno assistito a questa scena densa di pathos e di teatralità. A cominciare dai “guardiani” dei porci, che hanno appena visto le duemila bestie affidate loro correre come matte verso il mare e sparire tra le acque:
E quelli che li custodivano fuggirono e portarono la notizia in città e per la campagna; la gente andò a vedere ciò che era avvenuto. Vennero da Gesù e videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che aveva avuto la legione; e s’impaurirono. Quelli che avevano visto raccontarono loro ciò che era avvenuto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi cominciarono a pregare Gesù che se ne andasse via dai loro confini. Com’egli saliva sulla barca, l’uomo che era stato indemoniato lo pregava di poter stare con lui. Gesù non glielo permise, ma gli disse: «Va’ a casa tua dai tuoi e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto pietà di te». Ed egli se ne andò e cominciò a proclamare nella Decapoli le grandi cose che Gesù aveva fatte per lui. E tutti si meravigliavano.
Ecco allora ben spiegato che cosa vediamo, o meglio cos’era raffigurato in origine, nel riquadro dipinto ad affresco: il primo dei nove prodigi di Gesù narrati a Reichenau è un miracolo strano, in cui la liberazione dell’indemoniato che viveva tra le tombe – nel testo di Matteo, più breve, le persone possedute sono due, ma la vicenda si svolge secondo il medesimo canovaccio – ha un seguito inatteso e movimentato, che per il suo effetto scenografico avrebbe potuto avere, nell’arte medievale e successiva, anche più ampia fortuna.
Un’altra immagine ci permette di capire ancora meglio i dettagli dell’affresco e il suo schema narrativo: si tratta di un dipinto che, realizzato intorno agli Anni Trenta, quindi cinquant’anni dopo il ritrovamento dei dipinti, ripropone a suo modo, come una copia dal vero che ne abbellisce e ne modernizza i tratti, la scena dell’indemoniato e dei porci. Questa litografia – la definisce così il sito Meisterdruke.it in cui l’abbiamo trovata – aiuta ad individuare elementi che alla visione diretta dell’affresco potevano esserci sfuggiti: ridà evidenza, ad esempio, al diavolo che esce dalla bocca dell’indemoniato, e agli altri demoni che, da lì, si sono avventati, col permesso del Maestro, verso i maiali, e li cavalcano, come in un sabba inquietante, mentre si riversano giù dalla riva. Ancora, con l’aiuto di questa copia novecentesca possiamo vedere meglio che i custodi con le aste che si allontanano dal pascolo sono due: uno si volge indietro per vedere ancora una volta ciò che accade, l’altro guarda verso l’esterno dell’affresco, già pronto a “portare la notizia in città e per la campagna”.
E’ affidabile, questa “copia dal vero”? Possiamo dire di sì, visto che l’affresco riproduce fedelmente molti dettagli, e addirittura ne ripropone con fedeltà, anche al di fuori dello specifico riquadro, le lacune dovute alla storia travagliata dei dipinti, compresa quella che deturpa il volto del Cristo.
Un altro dettaglio, anche questo reso più evidente nella copia dipinta, ci colpisce: è quel ponte in legno da cui i malcapitati animali si lasciano cadere in acqua, ponte in legno che, poggiato ad unire due rive vicinissime, non ci saremmo aspettati. Nel testo evangelico, non si parla di ponti: sappiamo qual è ul mare che fa da scenario all’evento, perché Gesù stava predicando sul Lago di Tiberiade, che può a ben diritto essere considerato un mare interno; ma questo specchio d’acqua è vasto e non è attraversato, di certo, da strutture costruite per collegare le due sponde. Chissà che idea aveva, allora, del mare di Tiberiade, il frescante di Oberzell; e chissà che idea ne avevano gli amanuensi del monastero di Reichenau, alla cui miniature il frescante si ispirava. E vien da pensare che la stessa Reichenau era, nell’IX secolo, un’isola nel vasto lago di Costanza, anch’esso un “mare interno” – oggi su questo vasto specchio d’acqua corre il confine tra Germania e Svizzera – probabilmente diversissimo da quello del racconto evangelico, ma di certo più presente nella mente dell’artista che, pochi anni prima del Mille, lavorò in questo luogo così piena di cultura, di spiritualità, di arte e di miracoli.
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La chiesa di San Giorgio ad Oberzell sorge sull’isola di Reichenau, nel Lago di Costanza, ed è una delle chiese minori che, nel perimetro dell’isolotto, dipendevano dalla grande abbazia dedicata a Maria e a San Marco, fondata nell’VIII secolo. Posta al limitare orientale dell’isola, la basilica di Oberzell ha dimensioni ovviamente minori rispetto alla chiesa del monastero “centrale”. Fu probabilmente edificata nel X secolo, e alla fine di questo secolo, per volere dell’abate Witigowo (985-997) furono realizzati gli affreschi che ornano le pareti della navata centrale. Queste otto grandi “tavole”, che costituiscono quindi uno dei più antichi cicli pittorici romanici, sono state accostate, quanto allo stile e all’impostazione iconografica, alle coeve miniature realizzate nel monastero di Reichenau: ripropongono quindi, moltiplicandole nelle dimensioni, quanto veniva realizzato sulla pergamena dal famosissimo “scriptorium” dell’abbazia madre. A lungo dimenticati e infine “coperti” da strati di pittura fino al ritrovamento, avvenuto intorno al 1880, gli affreschi di Oberzell – che molti confrontano con quelli di Sant’Angelo in Formis, presso Capua – costituiscono una tappa fondamentale dell’evoluzione della pittura europea: sorprendono per la bellezza del tratto, la capacità di rappresentazione, l’uso sapiente del colore, la maestria della disposizione scenica degli sfondi e dei personaggi.
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