Brescia, le false finestre della rotonda

Dicono, e a ragione, che il Duomo “vecchio” di Brescia, con la sua pianta circolare, trae ispirazione da antichi modelli d’Oltremare e d’Oltralpe; e però quella fila di piccole finestre alte – che in verità finestre non sono! – certifica in modo inequivocabile che siamo in Lombardia, e nella Lombardia del romanico comacino.

Il Duomo “vecchio” dalla piazza (foto: Wolfgang Moroder)

La pianta centrale, innanzitutto. Semplificando all’estremo, possiamo dire che le chiese romaniche a pianta centrale hanno due riferimenti prestigiosissimi. A guidare le danze è la rotonda del Santo Sepolcro, costruita a Gerusalemme sopra il luogo della sepoltura del Signore: la Rotonda del Santo Sepolcro è la più importante delle chiese della cristianità, sorta là dove Gesù morì e là dove risorse; costituisce un modello dalla potentissima carica evocativa, ed è difficile sottrarsi alla suggestione del collegamento, ogniqualvolta ci si trovi davanti ad una costruzione religiosa circolare. Il postulato “pianta centrale = riferimento al Santo Sepolcro” si fa ancora più stringente, spiegano i testi, nei secoli dei pellegrinaggi e delle Crociate: chi tornava dalla Terra Santa portava con sé il ricordo di un “luogo dello spirito” unico al mondo, con la sua grande e nobile “rotonda” eretta a custodire il sito della Redenzione. Era quasi inevitabile, insomma, che chi era stato a Gerusalemme intendesse riproporre in patria la forma e l’idea della chiesa posta a guardia di questa tomba antica e contesa, sepolcro ambito, desiderato, agognato, per cui si combattevano guerre e in cui si concentrava tutta l’attesa escatologica dei secoli romanici. E così, anche se la pianta basilicale, con il suo sviluppo longitudinale, resta la più diffusa per tutto il medioevo e anche oltre, nei secoli romanici si costruiscono chiese a pianta centrale in Italia, in Francia, in Spagna, e dovunque arriva la suggestione dei Luoghi Santi.

La pianta della “rotonda”

Eccolo, allora, il duomo “vecchio” di Brescia. Nella sua parte romanica, quella cioè che costituisce la “rotonda” in pietra chiara, si mostra come una possente costruzione circolare costituita da due elementi concentrici: all’intorno corre un corridoio basso, al centro si eleva un alto volume cilindrico. All’interno, il corridoio anulare e il volume centrale sono separati, e allo stesso tempo congiunti, da otto pilastri massicci e lineari e dalle relative otto arcate; e mentre il corridoio che gira tutt’attorno è coperto, proprio come accade nella chiesa di Ottmarsheim in Alsazia, da otto volte a crociera quadrate e da otto spicchi che le congiungono, sul vasto spazio cilindrico centrale poggia invece una grande cupola. Inevitabile l’accostamento, oltre che con l’abbaziale di Ottmarsheim, con la Cappella palatina di Aquisgrana, la chiesa di Carlo Magno in persona; queste però, e anche la collegiale di Saint-Etienne a Neuvy-Saint-Sépulchre, per citare un’altra cugina europea, sopra il corridoio anulare esterno presentano un matroneo, che invece a Brescia non c’è, così che il volume cilindrico centrale si erge alto e slanciato quasi come un torrione, un mastio.

L’interno (Foto: Pylaus)

La nostra “rotonda” bresciana, poi è particolarmente vasta. D’altra parte è una cattedrale, e non avrebbe potuto svolgere il ruolo di “chiesa madre” della città di Brescia senza dimensioni appropriate alla funzione, decisamente eccezionali per una chiesa romanica a pianta circolare. E di qui in poi possiamo affrontare l’altro capitolo delle parentele del “duomo vecchio”, cioè il suo legame con la tradizione romanica lombarda. Proprio per le sue dimensioni colossali – l’aula centrale, escluso il corridoio esterno, fa registrare quasi venti metri di diametro – e anche per l’assenza dei matronei, appare un poco forzato il confronto con le due rotonde di San Tomè ad Almenno San Bartolomeo e di San Lorenzo a Mantova; quanto poi ai vari battisteri della piana lombarda – da quello di Arsago Seprio a quello di Vigolo Marchese – la vicinanza con il Duomo vecchio di Brescia appare ancora più sfumata: troppo differenti le dimensioni, troppo evidente la diversità di funzione e d’utilizzo.

I “fornici” di San Costanzo al Monte

C’è però un elemento architettonico che nella rotonda bresciana si propone come inatteso trait-d’union tra questa e gli esempi più belli del romanico lombardo: ed è la fila di “finestre” che decorano, in alto, l’ultimo tratto del volume centrale, prima degli archetti e dell’attacco della copertura in coppi. Osservandole dalla piazza, non è facile accorgersene, e però non si tratta di finestre, ma di “fornici”: non aperture atte a far entrare luce all’interno, quindi, ma piuttosto elementi decorativi, con la funzione di forare la superficie della parete, per alleggerirne l’aspetto. Nella tradizione romanica, e in particolare nel romanico lombardo, i “fornici” vengono ricavati sempre e solo in una zona particolare, cioè nella parte alta delle absidi: vanno così a rendere arioso quel giro di muratura che, all’esterno, corre al di sopra del livello del catino dell’abside; messi in fila orizzontale, vicini gli uni agli altri, i “fornici” svuotano così un volume “inutile” e ingannevole, quello cioè creato dalla fascia più alta della parete esterna dell’abside, che da un certo punto in poi sale verticale, senza seguire la linea effettiva del volume interno, che già si è incurvato nel catino. La fila dei “fornici” si appoggia quindi all’esterno del catino absidale, e fa da riempimento, permettendo di passare dalla curvatura della base su cui poggia – lo si vede bene nella parte alta dell’abside di San Costanzo al Monte – alla linea, di nuovo rettilinea, del tetto. A volte, come in San Costanzo, o come in San Fedele a Como, i “fornici” si avvicinano tra loro e, separati da una semplice colonnina, diventano quasi una loggetta; in altri casi i “fornici”, pur allineati, restano indipendenti tra loro: bellissime, per citare due esempi molto lombardi, le file dei “fornici” nelle absidi di Sant’Ambrogio, a Milano, e di San Pietro ad Agliate.

La fila dei “fornici” (foto: EmDee, part.)

Nel Duomo vecchio di Brescia, che con i suoi “fornici” allineati e separati si dichiara parente stretto di Milano e di Agliate, troviamo la funzione di questo elemento architettonico portata alla sua estrema realizzazione: i ventun fori a forma di finestrella non hanno per base, come succede per quelli di un abside, la parte esterna del catino absidale, ma poggiano sulla curvatura della cupola; e occupano, idealmente e concretamente, tutto intorno, nell’intero giro, lo spazio che separa la volta incurvata della cupola dallo spiovente rettilineo del tetto. Solo in tre punti – a est, a nord e a sud – al posto di un “fornice” si incontra una finestra tonda: questi tre “oculi”, posti un po’ più in basso della linea dei “fornici”, bucano la cupola alla sua base: si vedono dall’interno del Duomo – i “fornici” ovviamente no – e mentre contribuiscono a portare luce alla vasta aula, ci fanno intuire, anche dall’interno, a che altezza si trovino, all’esterno, quelle ventun finestre che finestre non sono.

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La piazza con le due cattedrali

La storia della “rotonda” bresciana è articolata e complessa. L’edificio romanico, di cui abbiamo parlato, ha subìto restauri importanti, ed ancor più è stato segnato da modificazioni apportate nei secoli. Va detto innanzitutto che la rotonda è stata edificata a partire dall’XI secolo, e lungo tutto il successivo, sopra i resti di una precedente basilica paleocristiana, e che di questa chiesa antica resta l’interessante cripta. Ancora, va detto almeno che una torre sorgeva davanti alla facciata, in posizione centrale rispetto ai due portali di ingresso originari che oggi si trovano molto al di sotto del piano della piazza; forata per ricavare un unico accesso centrale – quello rinascimentale, ancora utilizzato – e in questo modo indebolita, la torre è infine crollata: restano all’interno le due scalinate di accesso, particolarmente interessanti. Dalla fine del Duecento e per tutto il tempo rinascimentale si interviene con un vasto ampliamento della zona presbiteriale: alla rotonda viene così ad aggiungersi l’ampio spazio liturgico successivo, che la prolunga ad est.

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4 pensieri su “Brescia, le false finestre della rotonda

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Questa chiesa mi è molto cara, non solo perché è un gioiello del romanico della mia città, ma perché significa molto per la mia famiglia: qui si sono sposati i miei genitori 60 anni fa e qui sono stato battezzato io l’anno dopo.
    Molto interessante e non del tutto chiarita la storia delle cattedrali di Brescia.
    Sinteticamente, la prima cattedrale paleocristiana era Sant’Andrea, fuori le mura. In epoca longobarda era aperta la diatriba tra cristiani “ortodossi” e ariani (col duca Rotari, quello del famoso editto, che poi divenne re longobardo), tanto che a Brescia le due correnti religiose ebbero due distinte cattedrali. Non è chiaro se una conservasse Sant’Andrea o ne costruisse una nuova.
    Nell’attuale area di piazza Duomo vennero costruite nel VII-IX secolo due grandi cattedrali, San Pietro de Dom, sotto l’attuale Duomo Nuovo, demolita nel 1600 per realizzare la nuova fabbrica, e Santa Maria Maggiore, cattedrale iemale (invernale), di cui fa parte l’antica cripta di San Filastrio sotto il Duomo Vecchio, tutt’ora esistente.
    Nella stessa piazza, nello stesso duomo vecchio e nella banca sul lato meridionale, sono stati trovati mosaici romani riferibili ed edifici termali.
    Santa Maria Maggiore dai documenti risulta esistente nel 761 e nell’838 il vescovo Ramperto vi fece traslare i resti di San Filastrio, uno dei primi vescovi bresciani: “nel 381 era già vescovo di Brescia, perché partecipò al Concilio di Aquileia. Lo stesso s. Agostino nei suoi scritti, afferma di averlo visto fra il 384 e 387 varie volte ospite di s. Ambrogio a Milano”.
    “Fu sepolto nell’antica cattedrale di S. Andrea, forse da lui stesso edificata, le sue reliquie ebbero una prima traslazione il 9 aprile 838 nella chiesa di S. Maria (risalente al VI-VII secolo secondo il Panazza), detta anche la ‘Rotonda.”
    L’esistenza di due cattedrali affiancate, rara certamente in Italia, non è una singolarità di Brescia. Se ne trovano in Dalmazia, in Asia Minore e in Africa, dove accanto ad una chiesa dedicata alla Vergine, l’altra era dedicata ad un Santo.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Grazie, Paolo. Hai saputo aggiungere tutte quelle informazioni che aiutano a comprendere meglio il monumento e che Before Chartres – concentrandosi come fa spesso su una singola suggestione – aveva dovuto tralasciare.

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