La stagione ambiziosa del romanico normanno è un romanzo avvincente, la cui prima parte è ambientata in Normandia, la seconda invece in Inghilterra; ma questo romanzo, quest’epopea gloriosa, ha una prefazione, che è scritta sulle pietre affaticate dell’abbaziale di Bernay. Fu Guglielmo il Conquistatore a far fiorire, in Normandia, nella seconda metà dell’XI secolo, la bella messe di chiese romaniche, grandi, forti e decisamente innovative; e ancora fu lui che, conquistata l’Inghilterra nel 1066 esportò oltremanica quel modo ardito di costruire. La penisola normanna, così, è stata il ponte tra l’architettura romanica dei secoli d’oro e il gotico inglese, e con questa consapevolezza va visitata; ma prima di gustare il dolce viaggio attraverso le realizzazioni normanne del tempo di Guglielmo – a Jumiéges, a Caen, a Lessay, a Cerisy-la-Forêt – è bene far visita alla chiesa dell’abbazia di Bernay che, progettata e iniziata intorno al 1015, di questa cruciale epopea artistica costituisce, più ancora che il primo periodo, la preistoria.
Potremmo addirittura parlare, riguardo all’abbaziale di Notre-Dame, di archeologia del romanico, tanto la chiesa si presenta in forme arcaiche rispetto a ciò che poi vedremo nel resto della regione. I curatori dei restauri di fine Novecento hanno salvato, di questa chiesa, le parti originarie rimanenti, da secoli nascoste sotto un invasivo scafandro di aggiunte successive, e mentre eseguivano il loro intervento han lavorato quasi come veri e propri archeologi; e un po’ archeologo si sente anche il visitatore moderno che vede, nella navata sofferente, mura decisamente antiche, e però anche provate da incendi e crolli parziali e dall’uso improprio dell’abbazia, che è stato nei secoli, purtroppo, anche sala da ballo, stalla e caserma dei pompieri.
Dell’abbaziale di Bernay, proprio per via della sua storia di aggiunte, modifiche e usi indegni, non val la pena osservare la facciata, brutta e realizzata nel Seicento a tamponare la navata accorciata di due campate; all’esterno, poi, daremo appena uno sguardo alle absidi, che sono una riproposizione novecentesca e restituiscono – ma in legno! – quello che doveva essere l’aspetto originario della parte orientale.
Ciò che resta dell’antica Bernay sta all’interno; ma anche qui si racconta una storia faticosissima: le prime due campate sono andate perse, la navatella di sinistra è rifatta in gotico, e il transetto nord non è più quello originario; la torre di crociera è crollata, secondo gli studiosi, qualche decennio dopo l’avvio dei lavori… A dirci che volto aveva l’abbaziale costruita nell’XI secolo restano, così, le cinque campate orientali della navata con la navatella destra, il transetto sud, il coro fino alle absidi, escluse. Tanto basta però a darci un’idea di com’era la chiesa a suo tempo. E in questa parte sopravvissuta due elementi, oltre al fascino delle pietre duramente provate, sono così precoci da fare quasi tenerezza. Il primo è il corredo scultoreo, non ricco ma particolarissimo, con i capitelli di una semplicità vigorosa e arcaica: cercate, in particolare, quello che mostra un leone rampante e un uomo nudo e sorridente insidiato da un serpente.
Il secondo elemento di grande interesse all’interno di Notre-Dame è l’alzato, cioè il modo in cui la parete della navata centrale si articola – almeno a destra, dove è meglio conservata – dal basso verso l’alto. Vediamolo, allora, questo alzato. Le grandi arcate sono rette da pilastri di forma all’incirca quadrata, a cui però si appoggiano, solo sulla linea longitudinale, delle semicolonne che si prolungano nell’arco interno all’arcata. L’assenza di semicolonne rivolte verso il centro della navata fa sì che la parete resti piana; solo più in alto essa si articola e si movimenta, ma lo fa in modo decisamente ingenuo: sopra la linea delle cinque grandi arcate, infatti, e con un incedere incerto rispetto a queste, cinque bifore segnano profondamente il muro, accennando quasi ad un matroneo. Tra una bifora e la successiva si interpone però una nicchia, poco profonda, rettangolare, terminata in alto da un arco: per la loro dimensione, queste quattro nicchie si prolungano, in alto, ben al di fuori della fascia delle bifore, con una rottura della linearità che sarà difficile ritrovare più avanti nel romanico; e sembrano quasi pensate, queste quattro nicchie, per accogliere un affresco o un mosaico, magari ciascuna una figura di un santo, e così richiamano una spazialità bizantina o ravennate, più che romanica. Più su ancora si allineano, anche queste con poca regolarità rispetto alle arcate in basso, le finestre alte che danno luce all’interno della chiesa.




L’alzato di Notre-Dame – a quanto si vede a destra nella navata, perché nelle altre pareti questo distributivo è ancor più incerto o è addirittura assente – così privo di sostegni rivolti verso l’esterno, richiama quello, ancor più antico e altrettanto piatto, della chiesa di Vignory; e ci porta a concludere che, proprio come quella di Vignory, la chiesa di Bernay è stata progettata senza prevedere una volta in pietra. Proprio questo alzato arcaico – qualcuno è arrivato ad affermare che la parete della navata sembra più la facciata di un palazzo che un muro di sostegno interno di una chiesa – è il segno più rilevante dell’abbaziale; e proprio quest’alzato arcaico fa dire agli studiosi che siamo di fronte, e questo è il senso vero della visita a Bernay, ad una chiesa quasi sperimentale, ad un “tentative presque isolée“, come scrive Lucien Musset, di anticipare quella che sarà l’elevazione delle navate normanne dei decenni d’oro. Lo stesso Musset conclude che Notre-Dame, alla fine, non è che un testimone preziosissimo di un periodo troppo poco conosciuto – e troppo messo in ombra dai successivi splendori – e cioè quello in cui, dal 996 al 1026, sul trono ducale sedeva Riccardo II. Preistoria, dicevamo, o comunque un’età in cui la Normandia viveva già come ducato a sé, ma “n’avait pas encore, vraiment découvert sa voie“; un tempo in cui questa terra aveva sì conosciuto un suo proprio equilibrio, ma molto differente da quello che il ducato troverà qualche decennio più tardi, sotto Guglielmo il Conquistatore.
Un’ultima annotazione, riguardo alle coperture delle navatelle. Quella di sinistra, che peraltro è stata oggetto di una ricostruzione complessiva, è completata con volte a crociera tardogotiche; ma la navatella di destra appartiene all’edificazione dell’XI secolo, ed è sorprendentemente coperta da una infilata di cinque piccole cupole, una per ogni campata. Molti studiosi, tra cui il Musset, ipotizzano che le cinque volte emisferiche in asse abbiano sostituito nel XVII secolo le originarie volte a crociere; altri però non escludono che le cupolette siano riferibili al tempo romanico: costituirebbero, se così fosse, un’altra soluzione innovativa e rara, un altro “tentative presque isolée“, un’altra delle sorprendenti soluzioni che, in un tempo di incerta sperimentazione, i costruttori di Notre-Dame hanno voluto tentare, in coerenza con il loro approccio complessivo, in cui sperimentazione e ingenuità vanno decisamente a braccetto.


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Molto interessante questa abbazia del romanico primitivo della Normandia, che purtroppo non visitai nel mio viaggio del 2017 in quella regione che sognavo da tempo (Caen e Jumièges e ancora Rouen, oltre a Bayeux e l’inarrivabile Mont-Saint-Michel). Particolarissimo, come dici, l’alzato della navata e ancor più la copertura della navata meridionale, con cinque cupolette in asse. Vengo dal Périgord, patria assoluta delle chiese a cupole in asse tra XI e XII secolo. Questo mi dice che potrebbero essere originali, magari l’analisi delle murature e degli ammorsamenti potrebbe aiutare. Se così fosse potrebbero essere tra le più antiche realizzate e le uniche sulle navate minori.
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