Vignory, un romanico bianco e arcaico

Vignory, la basilica antica, è una lezione sul romanico… per sottrazione. La bianca navata dell’abbazia – certamente affascinante, certamente possente – è come la pagina iniziale di un libro di storia dell’architettura, che dice il “prima”, e che mostra da dove si è partiti; a questa pagina ne va affiancata un’altra che illustri il “dopo”, e che mostri a quali risultati, ben differenti da Vignory, è infine arrivato il costruttore romanico.

Ci interessa la navata. Famosa per il suo vigore essenziale, la vasta aula di Saint-Etienne a Vignory si lascia leggere proprio come uno schema; e il contrasto fortissimo tra il bianco delle pareti e il bruno delle coperture lignee isola le prime, e così facendo facilita ancor di più la lettura. Ci si rende conto, a Vignory, che la grande navata centrale non è fatta da altro che da due pareti verticali, due muri bianchi su cui si appoggia un tetto. Se le si osserva dal centro della navata, queste pareti hanno una loro articolazione: in basso le grandi arcate tra i pilastri – come in ogni basilica -, più sopra un’altra fila di apertura, fatta di grandi bifore, quelle del “matroneo”, ciascuna corrispondente alle arcate del piano basso; più in alto ancora un’altra fila di finestre che danno sull’esterno. Ma osservata in sezione, ciascuna delle due pareti non è che un muro non certo sottile, ma di uno spessore costante, una quinta da teatro. Aggiungete più all’esterno altri due muri bianchi, più bassi, paralleli ai primi e messi in piedi allo stesso modo, e avrete le navatelle di Vignory. Poiché anche le navate laterali sono coperte da un semplice tetto spiovente, tra le quattro pareti – le due centrali e le due laterali – non c’è alcun dialogo, alcun collegamento, alcuna interazione.

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L’interno della basilica di Saint-Etienne

Vignory, allora, è una chiesa romanica costruita come una basilica antica: le due alte pareti non dialogano tra di loro perché manca una volta a collegarle; per questa assenza, non si piegano e non si cercano l’una con l’altra; e i supporti, i pilastri delle arcate di base, non si articolano in spessore, non si gonfiano in colonne addossate, o semicolonne che salgano a sostenere costoloni. Nulla. Manca la volta centrale e mancano le volte nelle navate laterali: e per questo le pareti, tutte e quattro, sono un muro diritto che sale, come una bianca tavola di polistirolo posta in verticale. Ergo: nello schema costruttivo, Saint-Etienne non è  differente da una basilica paleocristiana.

Eppure Vignory è stata costruita nei primi decenni dell’XI secolo, mentre l’Europa è già piena di chiese romaniche, di volte in muratura, di navatelle coperte a crociera, che costringono le pareti ad articolarsi in un gioco di forze di pesi e di sostegni… che a Vignory mancano. Si può ben dire, allora, che la chiesa di Saint-Etienne fotografa con spietata chiarezza un passaggio non avvenuto, un progresso non completato: il tempo è quello romanico; i possenti pilastri e le murature pesanti sono quelli romanici – si parla per Vignory di una chiara ascendenza ottoniana, di un richiamo quindi alle chiese che negli stessi decenni si realizzavano in Germania, su impulso imperiale -; ma il romanico pieno avrà una volta in pietra, e questa volta in pietra determinerà quell’articolazione dei sostegni che è la sostanziale novità e l’essenza profonda dello stile architettonico dell’Europa cristiana.

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La “galleria” vista dalla navata laterale: si evidenzia l’assenza di un vero matroneo (foto dal bellissimo sito “Via Lucis“)

E se c’è un elemento che denuncia con forza l'”arretratezza” della basilica di Saint-Etienne è quella galleria che corre orizzontale nella parte centrale della parete della navata: dietro a quella processione di bifore, in una chiesa stilisticamente compiuta – in una chiesa “romanica” – starà un matroneo. Matroneo che nella chiesa romanica significa un nuovo volume, posto sopra alle navatelle a loro volta trasformate in volume, e significa quindi peso, forze, articolazione dei sostegni; matroneo che a Vignory è invece assente, poiché la galleria non è altro che una parte di parete forata, un affaccio privo di sostanza e di funzione. E per questo ben poco “romanico”.

La basilica antica di Saint-Etienne a Vignory, si diceva, è come la pagina di un manuale d’architettura romanica che dice il “prima”, e che mostra da dove si è partiti; un’altra Saint-Etienne, quella edificata a Nevers, può costituire la pagina successiva, quella che dice il “dopo”. Per effetto di una volta in pietra, voluta e costruita a copertura della navata e delle navatelle, tutto cambia a Nevers, rispetto a Vignory: la parete si fa struttura complessa, e il muro bianco e liscio si trasforma nel movimentato e nerboruto tessuto della chiesa romanica compiuta.

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La parte absidale (foto da Le sentiers de la mémoire)

 

 

 

2 pensieri su “Vignory, un romanico bianco e arcaico

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Giuseppe Berton (da Fb):
    Mi ipnotizza, questa sequenza di archi nel candore delle pietre. A un tratto, un vago tempo di valzer ( dopo 3, uno o due si sollevano appena ). E tutto un rincorrersi: ampi, duplicati, più ridotti e scanditi, sovrapposti alternati, affusolati e slanciati ( su su nell’abside, a metà strada verso il cielo ) gli archi verso l’abside…
    Tutto un ondulare potente eppure gentile – così mi pare… – passo passo incontro all’altare

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