Ma che Bibbia leggevano nel Medioevo?

Ci sono anche nel web luoghi e persone che, attraverso la condivisione del proprio interesse per il medioevo, riescono a rendere più profondo anche lo sguardo altrui. Luca Giordani lo ha fatto nei giorni scorsi con due brevi appunti sul portale del Duomo di Verona – io li ho letti nella Pagina Fb Itinerari Artistici del Medioevo – che dimostrano due qualità fondamentali: la curiosità, senza la quale non si arriva a farsi domande, e la serietà dello studio, che è indispensabile per ottenere risposte.

Seguendo i suoi ragionamenti, torniamo ai meravigliosi profeti scolpiti da Niccolò nel portale del Duomo di Verona, a cui Before Chartres ha già dedicato un articolo: sono dieci e portano tutti un cartiglio, e ciascuno di loro – lo abbiamo visto – ripropone nel cartiglio una propria frase, tratta dal testo biblico a lui attribuito; e tutte queste frasi annunciano, pur nella forma della profezia vaga, la nascita del Bambino che avrà il compito di salvare il mondo. I dieci profeti, insomma, sono lì sulle colonne del portale per dire, ciascuno con parole proprie, la Salvezza che il Dio di Israele ha annunciato al suo popolo.

Geremia, con la frase dal Libro di Baruc (foto: Luca Giordani)

E però Luca Giordani ha saputo evidenziare come almeno due di queste coppie profeta-profezia nascondano un percorso un po’ più complesso della semplice estrapolazione di una frase dal testo biblico. Nel primo post, scrive:

Il profeta nel piedritto sinistro del portale di Santa Maria Matricolare a Verona regge un cartiglio con la scritta: ECCE IN QVID D[EV]S NOSTER ET NON ESTIMABITVR. Si tratta senza ombra di dubbio del profeta Geremia, ma la frase incisa sul suo cartiglio si trova nel libro di Baruc (3, 36): “Hic Deus noster non æstimabitur alius adversus eum” (“Egli è il nostro Dio e nessun altro può essergli paragonato”). Come si spiega? La risposta ce la dà Sant’Agostino: “Questi è il mio Dio e nessun altro può essergli paragonato. Egli ha scrutato la via della sapienza e ne ha fatto dono a Giacobbe, suo servo, a Israele, suo diletto. E dopo è apparso sulla terra e ha vissuto fra gli uomini. Alcuni esegeti non attribuiscono questo testo a Geremia ma al suo amanuense, che aveva nome Baruch, ma più convenientemente si ritiene di Geremia” (La Città di Dio, libro XVIII capo 33.1).

Ecco, allora: posso anche riconoscere nei personaggi scolpiti a Verona i dieci profeti, e posso aver tradotto ciò che è scritto nei cartigli, e posso infine aver chiaro il senso complessivo di queste dieci citazioni profetiche… Ma un supplemento di curiosità ci porta a verificare che il testo attribuito a Geremia in realtà non compare nel Libro biblico che porta il suo nome. E solo un passo avanti nella nostra conoscenza della Bibbia ci permette di sapere qualcosa di più sul grande profeta Geremia, e soprattutto qualcosa di più sul meno noto Baruc, che di Geremia fu l’umile ombra; e ancora è solo attraverso una ricerca nel vasto campo della rilettura della Bibbia operata dai Padri della Chiesa che riusciamo – è questo il merito delle verifiche fatte da Luca Giordani – a ricollocare tra gli altri, nel nostro puzzle, un tassello che improvvisamente sembrava non avere più il suo posto.

Il profeta Aggeo (foto: Luca Giordani)

E poi tra le dieci sentinelle di Verona c’è il profeta Aggeo, con il suo cartiglio. Anche questo cartiglio, ci spiegano gli studiosi, contiene una profezia della nascita di Gesù; e però a ben guardare, per arrivare a questa conclusione in apparenza scontata, occorre fare un percorso, e occorre sciogliere almeno qualche nodo. Lo spiega bene Luca Giordani nel suo secondo post:

Nel lato nord del portale della stessa cattedrale di Santa Maria Matricolare c’è il profeta Aggeo che regge un cartiglio con la scritta: ECCE VENIET DESIDERATUS CUNCTIS G[E]NTIBUS (“Ecco verrà il Desiderato da tutte le nazioni”): è una delle sue profetiche frasi riferite al Messia; ma non cercatela nelle vostre Bibbie, non la troverete. (…) In realtà il messaggio di Aggeo rivolto al popolo d’Israele – “Et movebo omnes gentes, et VENIET DESIDERATUS CUNCTIS GENTIBUS et implebo domum istam gloria, dicit Dominus exercituum” – serviva a confortarlo per la povertà del nuovo tempio che stavano erigendo, e lo faceva con queste parole: “Scuoterò tutte le nazioni e AFFLUIRANNO LE RICCHEZZE DI TUTTE LE GENTI e io riempirò questa casa della mia gloria, dice il Signore degli eserciti”. E la promessa prosegue: “L’argento è mio e mio è l’oro, dice il Signore degli eserciti. La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace” (Aggeo 2, 7-9). Le ricchezze che affluiscono per il tempio che risorge sono il segno dell’approssimarsi dell’era messianica (…) e sono ciò che è “desiderato”, “atteso”. E da “ciò che è desiderato” a “Colui che è il Desiderato”, il passo è breve… e si attende il Messia!

Insomma: la Bibbia non è stata letta allo stesso modo nei secoli, e per capire a fondo l’arte romanica, la sua simbologia, i suoi riferimenti, occorre sapere, fin dove è possibile, come gli uomini e le donne del tempo romanico leggevano la Scrittura, e prima ancora, quale Bibbia leggevano. Il caso del cartiglio di Aggeo a Verona è sintomatico di una “revisione” del testo sacro effettuata nei primi secoli del cristianesimo e particolarmente pervasiva fino a tutto il medioevo. Questa revisione si chiama “Vulgata” e porta la firma di san Girolamo: “Occorre tornare ai primi secoli del cristianesimo – scrive Luca Giordani – quando circolavano molte versioni della Bibbia e ogni versione veniva adattata ed interpretata creando una quantità di letture che spesso erano in contrasto le une con le altre. Fu Papa Damiano I che, per porre termine al proliferare di un numero sempre crescente di versioni dei Libri Sacri, nell’anno 382 ordinò a Sofronio Eusebio Girolamo (san Girolamo) di redigere una traduzione dalle lingue originali, che favorisse l’unità della liturgia. Il lavoro di san Girolamo durò quindici anni e alla fine ne uscì una versione in lingua latina conosciuta come la ‘Vulgata’, che andò a soppiantare tutte le precedenti versioni e nel IX secolo divenne quella prevalente in tutta la chiesa occidentale”. Ma san Girolamo, continua Luca Giordani, effettua alcune forzature, e si distacca a volte dal testo originale e, guardacaso, cerca e sottolinea, e a volte inventa, quella che sente come possibili profezie messianiche, come annunci nascosti della Salvezza attraverso Gesù. E anche nel caso specifico della profezia di Aggeo, è la traduzione “messianica” di Girolamo che forza i termini e ci fa compiere quel breve passo per cui le ricchezze che, “desiderate”, affluiscono per il tempio diventano il simbolo del Messia che verrà, o diventano addirittura l’annuncio del Messia stesso.

Di nuovo appare evidente come con cautela si deve accostare al medioevo e alle sue opere la Bibbia che è oggi nelle nostre mani, frutto di secoli di studi esegetici. Si ricordi invece che il tempo romanico legge le Scritture attraverso la mediazione dell’esegesi patristica, e la conosce attraverso la traduzione “vulgata” di Girolamo. E che quindi occorre conoscere questa e quella, o comunque avere una piena consapevolezza di entrambi questi filtri, per non trarre, parlando di arte romanica e di riferimenti biblici, conclusioni affrettate o zoppicanti.

Le storie della Bibbia hanno ispirato e guidato gli artisti romanici. Before Chartres ne ha descritte molte nei suoi articoli, e oggi ha raccolto le più affascinanti in un volumetto pieno di fede, di sapienza e di stupore, che trovi qui: STORIE della Bibbia NELL’ARTE ROMANICA.

Nella vasta piana padana – la “Lombardia” medievale – dodici delle grandi chiese costruite nel tempo romanico competono in magnificenza, autorità e splendore. Before Chartres le osserva e ne descrive il cuore, in un nuovo delizioso volumetto: LE GRANDI “chiese di città” DELLA PADANIA ROMANICA.

4 pensieri su “Ma che Bibbia leggevano nel Medioevo?

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Che dire… Uno splendido post, per me, che mette in luce i meriti dell’amico carissimo Luca Giordani, l’acutezza delle sue osservazioni e la qualità alta delle immagini che propone.
    Un amicizia che mi onora profondamente e che mi stimola costantemente a migliorarmi e a migliorare la qualità del gruppo (non la pagina che pure esiste) Itinerari Artistici del Medioevo.
    Ogni cosa che ci propone, ahimè saltuariamente per come è preso nel suo lavoro di classificazione sistematica di ciò che negli anni ha repertato, dimostra uno studio ed una capacità di analisi accurate, un dono per noi che possiamo apprezzarle.
    Da ultimo, tutto ciò operato con estremo garbo e passione, oserei dire anche pudore, per cui già mi attendo rimbrotti, per questa mia che chiamerà probabilmente “invereconda sviolinata”.

    Per quanto concerne la tematica in esame, io taccio e ascolto con attenzione, giacché non sono appassionato di letture bibliche e non potrei minimamente confrontarmi con chi le segue attentamente, come te ed altri amici. Anzi, sto imparando ad apprezzarle per poter meglio comprendere ciò che viene raffigurato, la sua simbologia, che tempo fa non andava molto oltre le narrazioni classiche più comuni.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Luca Giordani (da Fb):
    Sono commosso, non ho parole per esprimere quello che provo, posso solo ringraziare l’amico Giulio per questa suo riconoscimento, senza dimenticare l’immenso lavoro che condivide nelle sue pagine e che è stato e continua ad essere uno stimolo molto importante, per me, nello studio e nella ricerca di approfondimenti basati su fonti che siano il più attendibili possibile.
    Non posso esimermi dal ringraziare anche l’amico Paolo Salvi che con costanza e passione gestisce questo gruppo di appassionati e ricercatori, contribuendo con le sue conoscenze dell’architettura medievale e arricchendo tutti i contributi con commenti sempre “sul pezzo”.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Grazie a te, Luca. Credo che la collaborazione tra appassionati sia la cosa più bella a cui possiamo ambire, quando è seria, fondata sulla curiosità e sullo studio, e quando viene condivisa, come hai saputo fare tu, con il sorriso e senza la spocchia che troppe volte rischia di minare i nostri ragionamenti.

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