Questo Geremia, l’ultimo profeta vivo

A dire di quel tradimento, di quella ribellione – quasi nuovo peccato originale – che l’arte medievale commise in un giorno imprecisato del XII secolo, chiamo a testimone nientepopodimeno che il profeta Geremia, uno dei quattro grandi vati del Testamento antico.

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Geremia a Moissac (foto: Cancre)

Lo vado a cercare là dove, dipinta con lo scalpello sulla porta dell’abbazia di Moissac, la sua figura costituisce uno dei più appassionanti “ritratti d’anima” dell’arte di ogni tempo. Lo saluto e gli rendo omaggio. Ne vedo la grandezza e l’autorità, tradotte dallo spirito evocativo del tempo romanico in un corpo dall’infinita eleganza, nella statura che a stento è contenuta nello spazio del trumeau; riconosco in quella posa, che è tutta dignità e mitezza, l’intera storia di un profeta mai domo, sofferente per le sue stesse profezie, appassionato del Signore e del Suo annuncio fino alla morte; ne colgo la sofferenza, che l’artista di Moissac ha riassunto in quegli occhi aperti e però contemporaneamente persi nel vuoto. Se anche non sapessi che in tutta la sua vita Geremia, fino al martirio, ha visto l’errore degli Ebrei, e l’ha gridato, senza mai ricevere ascolto e al contrario traendone dolore e persecuzione, e se anche non sapessi che tutta la sua vita è stata faticosa ricerca di una conversione collettiva, questo profeta di Moissac tutto mi saprebbe raccontare. Tutto sa dire il suo dialogo tra l’uomo di Dio, scolpito e vivo, e tutti coloro a cui rinnova, anche dal portale di Moissac, l’appello e il sogno di un mondo nuovo. Questo Geremia – sapranno farlo altre sculture, in altri momenti artistici? – non ha bisogno di parole incise sul cartiglio per ribadire con voce accorata che tutto deve cambiare, e che tutto – è Yavhè a prometterlo, anche se l’uomo non ascolta – sta per cambiare:

Ecco, verranno giorni, dice il Signore, nei quali (…) io concluderò una alleanza nuova. (…) Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo…

Guardo il Geremia di Moissac, lo sento parlare con la voce dei grandi profeti, e lo interrogo: “Che cos’hai tu in comune – gli chiedo – con le statue-colonna che riempiranno i portali gotici, allineate nello stesso sorriso, schierate tutte con lo stesso sguardo? Quando è accaduto che, tra Moissac e Chartres, si dimenticò la capacità di regalare un’anima ai profeti scolpiti, alle regine e ai re ritratti sui portali, ai santi addossati agli stipiti? Cosa manca a loro, alle figure deboli della statuaria gotica, che invece riempie e vivifica l’anima tua, e dell’Isaia di Souillac, del Daniele coi leoni di Sant’Antimo, degli angeli e dei beati di Autun?

E Geremia ripete la sua profezia. Mi ridice:

Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nei quali (…) io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo…

Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo, dice del tempo romanico il Signore. “Io ho trovato pace – dice la figura di Geremia – nel tempo romanico, e nel tempo romanico ho trovato profonda vita; e mentre mi scolpivano a Moissac il tempo nuovo che dall’eternità ho profetizzato era già concreto, e già stabilita è stata, nel tempo romanico, quell’alleanza: mentre io nascevo a Moissac, il Signore era il Dio degli uomini, e gli uomini erano il suo popolo, e non si ribellavano al suo amore. Poi non fu più così”.

Parentesi mai fin qui ripetuta, il tempo romanico fu tempo di alleanza – faticosa, incerta, violenta, ma piena e desiderata – tra l’uomo e Dio, fu nuovo Eden. Il profeta di Moissac lo conferma, e conferma che dopo di lui, e dopo il romanico, qualcosa mutò: dopo Moissac, in quei decenni che fecero evolvere radicalmente il Medioevo portando l’uomo al centro e aprendo all’Umanesimo e al Rinascimento, si consumò un passaggio, un moto di ribellione. Fu un nuovo peccato originale; fu un grido di libertà destinato a gigantesche rivoluzioni e a meravigliosi sviluppi, anche nel mondo dell’arte. Ma quel grido di libertà a lungo privò i santi, i re e i profeti, e tutte le statue scolpite sulle chiese, dell’anima profonda che li abitava e li rendeva vivi nei secoli romanici.

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Una bellissima veduta del Geremia di Moissac in una foto di Carolyn Whitson

 

 

2 pensieri su “Questo Geremia, l’ultimo profeta vivo

  1. Paolo Salvi ha detto:

    Come ben sai Moissac è un capolavoro che mi manca, uno di quelli di cui sento forte la mancanza di non averli ancora potuti vedere coi mie occhi. Quando finalmente ci andrò, cercherò di ricordarmi le tue parole, probabilmente me le stamperò e porterò dietro come già ho fatto in Alvernia. Certo che la lettura che ne dai, legata attentamente ai testi biblici, sia necessaria per una migliore comprensione dell’opera.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Antonio Gonzalez Millan (da Fb):
    Admirable!!! Encuentro una semejanza de diseño y tratamiento de las formas en parte de las imagenes en relieve de la Puerta de Platerías, en la catedral de Santiago de Compostela. El Camino de peregrinación de Europa y los maestros en itinerancia o emulados, sin duda. Esta imagen es monumetal.

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