Suonano superflue, le parole, dentro a San Pedro de la Nave. Con fierezza e sicumera questo blog stende, sull’arte romanica, di settimana in settimana, di viaggio in viaggio, i suoi appunti, e commenta e spiega e racconta; ma ora, provando a dire dell’interno mirabile di questa chiesa persa tra i campi non lontano da Zamora, per primo io che scrivo sento che basterebbero le immagini, e che i tentativi di illustrare ed evidenziare costituiscono un contorno non necessario. Entrare in questo luogo di fede e di liturgia antichissimo – esempio massimo dell’architettura visigota, la chiesa è stata costruita nel VII secolo – è infatti come immergersi in uno spazio ideale, disegnato e costruito con una misura che non patisce errore; e non c’è probabilmente un’altra chiesa che, come San Pedro, ci parli con la voce dei secoli che amiamo, con pietre forti, tutte diverse e vive ed una ad una eloquenti, e che allo stesso tempo ci accolga con il rigore della sua spazialità perfetta, fatta di simmetria, di coerenza, di linee precise e di volumi in sorprendente equilibrio.
In un altro articolo Before Chartres racconta i tratti essenziali della vicenda di questa chiesa, sopravvissuta con caparbietà alle sfide del tempo. Qui invece ci soffermiamo – e davvero queste righe non sono altro che una povera cornice per le immagini che già parlano con eloquenza – sui quattro capitelli maggiori, vanto ulteriore di San Pedro, punti focali della decorazione che, con sapienza, arricchisce ulteriormente le pareti calde di San Pedro. Due di questi quattro capitelli stanno, affrontati, sulle colonne poste là dove la navata sfocia nel transetto, e narrano gli episodi biblici del Sacrificio di Isacco e di Daniele nella fossa dei Leoni; gli altri due, che rappresentano uccelli tra i rami, stanno al di là dell’incrocio tra i due assi della chiesa, all’imbocco della parte più sacra del tempio, anche questi affrontati. Posti così ai quattro angoli della crociera, su quattro splendide colonne appoggiate alla parete, sono come pietre angolari su cui lo sguardo, dopo aver vagato senza fatica sull’aula, le parti, le arcate, i recessi, si ferma a bearsi ulteriormente.


Diciamo dei due più avanzati, in cui ciascuno dei quali due volatili, rappresentati in posa simmetrica, si nutrono come da grappoli d’uva; grappoli tornano negli abachi di grande spessore, decorati a racemi; e diciamo dei volti che occupano, tra rami e decorazioni, le facce laterali. Ma diciamo soprattutto dei due capitelli istoriati, i primi forse della storia secolare dell’arte di Mezzo.
Su quello a sinistra il profeta Daniele sta nella fossa in cui lo calò il re Dario, con i piedi nel fondo allagato. Alza le braccia in preghiera, mentre due leoni, uno per lato, scendono verso di lui, ed invece di aggradirlo, calano le fauci verso l’acqua e con la lingua protesa si abbeverano. Nulla si dice di più – di come poi il Signore salvò il suo servo, e mandò un angelo, e con lui conforto e cibo – ma non serve altro che le tra figure dell’orante e delle fiere per richiamare l’intera vicenda biblica.
Sul capitello di sinistra, lavorato con lo stesso rilievo deciso, e con la stessa mano primitiva, si rappresenta il momento cruciale della vicenda di Abramo, invitato da Yahvé a sacrificare il figlio Isacco: al centro il patriarca è pronto a calare il coltello sul ragazzo, trattenuto per i capelli; ma la mano del Signore lo ferma e a destra, incastrato tra i rovi, è già pronto il capro che Abramo potrà sacrificare al posto del figlio.
Sono così perfettamente leggibili, i due capitelli, che le iscrizioni in alto sotto l’abaco sembrano, in entrambi i casi, arrendersi all’evidenza delle immagini, e non aggiungono nulla: sopra la scena del profeta condannato a morte da Dario sta scritto infatti un laconico UBI DANIEL MISSUS EST IN LACUM LEONUM (“Dove Daniele è calato nella fossa dei leoni”), mentre sopra l’altro capitello si legge VBI ABRAHAM OBTVLIT ISAC FILIVM SVVM OLOCAUPSTVM DNO, cioè “Dove Abramo offre Isacco suo figlio in olocausto al Signore”. Tornano, sui due splendidi pezzi, altre parole umilmente didascaliche, quasi timorose: quell’ALTAR scritto sulla pietra del sacrificio di Isacco, ad esempio; su una delle facce minori, quel LIBER inciso sull’oggetto nelle mani dell’apostolo Pietro, che è appunto un libro. E suonano un po’ come le nostre, scontate, impaurite, incapaci di aggiungere nulla di proprio e nulla di più ad una chiesa e ad una coppia di capitelli che non hanno bisogno d’altro che della loro bellezza.


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Non ci sono, questi pezzi notevolissimi, nel volumetto sui capitelli romanici che Before Chartres propone ai suoi lettori più fedeli. Ma ce ne sono altri dodici – anzi, per la verità ce ne sono altri quattordici – che hanno la pretesa di essere altrettanto belli. Vedere per credere. Qui: DODICI splendidi CAPITELLI ROMANICI.
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Un’altra rassegna di capolavori: altri venti capitelli, tra i più belli scolpiti nel tempo romanico, sono raccolti in questo volumetto. Before Chartres li guarda e li racconta con la consueta curiosa attenzione, e con quell’entusiasmo che, di fronte a pezzi così eccezionali, è inevitabile: CAPITELLI ROMANICI, altri VENTI CAPOLAVORI.

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Le storie della Bibbia hanno ispirato e guidato gli artisti romanici. Before Chartres ne ha descritte molte nei suoi articoli, e oggi ha raccolto le più affascinanti in un volumetto pieno di fede, di sapienza e di stupore, che trovi qui: STORIE della Bibbia NELL’ARTE ROMANICA.
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