Il monastero appena al di là del passo

E appena al di là del confine c’è Müstair, il monastero. Ricchissimo dei suoi affreschi, è una delle tante perle romaniche delle terre alte, dell’Alto Adige, ma sta proprio un passo oltre, in terra svizzera. Così, partecipa alla splendida staffetta in cui si passano il testimone Castel Tirolo e Laces e Naturno e Malles e Burgusio, lungo quel bellissimo pellegrinaggio romanico che è la Val Venosta, anche se costringe ad una breve deviazione, per arrivare, appunto, un passo più in là, un passo altrove.

Per la gente di queste terre, Müstair è il monastero. Dedicato a San Giovanni, è noto piuttosto con questo suo nome germanico, che designa appunto l’insediamento monastico. Così, chi parla di Müstair, qui intorno, intende San Giovanni, senza tema di errore. E se il nome è inconfondibile, altrettanto inconfondibile è l’abbazia in sé; che all’esterno è segnata dalla torre possente, dal nero spiovente del tetto della chiesa, con le sue tre absidi della stessa altezza, e dal particolare profilo merlato e digradante di uno degli edifici del complesso; e che all’interno è un’ampia sala in cui al bianco, che domina fuori, risponde una vasta campagna di affreschi, i cui colori ancora colpiscono, e dovettero essere un tempo impressionanti per l’estensione e la vivacità delle pitture.

Le pareti e le absidi erano in origine – la chiesa tutta risale con buona probabilità al IX secolo – completamente affrescate, e del primo vasto ciclo di pitture, nobile esito dell’arte carolingia, restano le scene ad oriente, dominate dal catino absidale con il Cristo in Gloria, e diversi riquadri nella parete sinistra; ma molto è andato perduto, e quel che resta ha oggi il pallore, pur pieno di fascino, tipico della pittura monumentale del tempo. E’ proprio sopra questa vasta stesura di scene “antiche” che si è sovrapposta una nuova stagione di affreschi, ancor più colorati, ancora meglio conservati.

Panorama

Le tre absidi (foto di Luca Lorenzi)

Sono notevolissime, nella parte bassa delle tre absidi, queste scene databili al XII secolo inoltrato. In quella di sinistra spicca la bellissima rappresentazione del martirio di Pietro e di Paolo, raccontato come se stesse avvenendo in contemporanea: il primo viene crocifisso a testa in giù, e fittamente legato alla croce per permettere, in barba alla leggi della gravità, questo inusuale supplizio; il secondo è già stato decapitato, anche qui come da tradizione, mentre è in ginocchio sotto uno strano albero con tre chiome.

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Il martirio di Pietro e Paolo (foto di Antonella Galardi dal suo percorso tra Italia, Austria e Svizzera)

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Il martirio di Giovanni e la tavola di Erode

Nell’abside centrale si stende il racconto, leggibile come un libro illustrato, del martirio del Battista. A sinistra, tirato fuori dalla prigione, Giovanni, ancora sulla porta del carcere, ancora coperto di povere pelli d’animale, viene decapitato da un armigero con una lunga spada; la sua testa, posata su un’ampia ciotola, è già attesa alla tavola di Erode, dove il re, assiso al centro, la servirà in cambio del ballo lascivo che Salomè compie dinnanzi a lui e alla corte; intorno due musici suonano accompagnando le acrobazie della giovane, mentre altri servono il vino. Più a destra si svolge il funerale del Battista: nella prima scena il corpo, con la testa appoggiata a ricomporlo, viene trasportato su di una barella, attorniato da chi piange il “profeta”; nella seconda un grande sarcofago in marmo accoglie il cadavere e il capo mozzato, avvolti in un bianco lenzuolo, e intorno si prega per l’anima del Battista.

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Il martirio di Stefano

Nell’abside di destra, infine, la mano colorata dell’artista di Müstair narra un altro martirio: è la volta di Stefano, il primo dei cristiani e restituire la vita per la fede, colpito dalle pietre che lo uccidono, mentre ancora prega; dal cielo a cui guarda, la mano del Signore appare per garantirgli la palma dei soldati di Cristo; di nuovo, a destra, si racconta il trasporto del corpo santo verso un altro sarcofago.

Altre scene completano questo ciclo romanico, che a sua volta – non lo dimentichiamo – si inserisce in un più vasto programma pittorico carolingio, altrettanto notevole anche se meno leggibile. Ma basterebbero questi tre racconti, questo diario di quattro martirii, a rendere indimenticabile il monastero di San Giovanni. Sorprendono infatti, per la qualità del segno, per la vivacità dell’impaginazione, per la linearità del racconto. Per certi dettagli – guardate la veste a frange della fanciulla che porta la coppa alla tavola di Erode, e gustate il particolarissimo albero davanti a cui prega santo Stefano, decorato quasi con gigli fiorentini – questi bellissimi affreschi, realizzati ancora con una terminologia romanica, sembrano già aver preso una strada nuova. Camminano, con quelle scarpe a punta che sanno già di pieno Duecento, su una strada che ormai porta al gotico.

Sono anch’essi, proprio come il monastero che li ospita, appena al di là del confine. Stanno anch’essi, proprio come San Giovanni di Müstair, lungo la strada romanica della Val Venosta; ma sono come l’ultimo fiore, sbocciato tra i tanti subito prima – o subito dopo? – del bivio che porta verso un’altra vallata.

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∼    ∼    ∼

Chi volesse vedere già ora gli affreschi di Müstair, può entrare nella chiesa del monastero grazie alla visita virtuale proposta dal sito Muestair.ch. Grazie a questo percorso digitale – da cui Before Chartres propone qui alcune immagini, ci si può soffermare con soddisfazione sui dettagli degli affreschi, e in particolare su quelli dell’epoca romanica, che sono meglio comprensibili anche per la loro collocazione alla più consona altezza sul piano della chiesa. Il sito Muestair.ch racconta al visitatore anche molti altri aspetti interessanti del monastero di San Giovanni e del suo museo, ed offre complete indicazioni quanto alle modalità per una visita “in persona” – irrinunciabile! – a partire dagli orari di apertura e dalle informazioni di contatto.

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Il monastero nel suo contesto naturale

 

8 pensieri su “Il monastero appena al di là del passo

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Giulietta Voltolina (da Fb):
    Questo splendido complesso è raggiungibile anche dalla Valtellina,da Bormio attraverso la strada statale che porta allo Stelvio ma prima di arrivare in cima si devia a sinistra per il passo dell’ Umbrail, offrendo un incantevole paesaggio svizzero fino a Santa Maria. Consigliato.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Anna Bolcato (da Fb):
    Ciao Giulio, ho letto il tuo contributo su San Giovanni in Müstair, molto bello, grazie per i tuoi contributi sempre particolari, sensibili e con sguardi diversi dall’ordinario (no so se me gò spiegà ben….😬)
    Volevo solo farti notare (senza sembrare troppo saccente, eh) che Müstair non è germanico, bensì romancio, perciò di derivazione latina: tra l’altro, il romancio è una delle 4 lingue nazionali svizzere.
    È sempre un piacere leggerti, grazie per il tuo lavoro!

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Grazie, Anna! Preziosissima precisazione. In effetti avevo intuito che non si trattava di un toponimo tedesco e per questo, dimenticandomi poi di andare a verificare, ho buttato là quel “germanico” che voleva essere vago, e sperava di cavarsela passando inosservato 🙂 Errore da matita blu. Meno male che trovo chi mi corregge e lo fa con li tuo cortesissimo stile. Grazie, e buona notte!

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    • Anonimo ha detto:

      Questi affreschi sono tra i più luminosi e “vivi” che abbia mai visto.
      Il variopinto vello del Battista è il dettaglio che più mi ha affascinato.

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  3. Nicoletta De Matthaeis ha detto:

    Lo strano albero sotto il quale è stato martirizzato San Paolo è un pino, anche se in quest’affresco non ne ha molto l’aspetto. Secondo la tradizione, Paolo fu decapitato sotto un pino. Armellini riferisce (Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX 1891) che negli scavi fatti nel secolo XIX dai frati trappisti, si trovarono monete dell’epoca di Nerone e delle pigne fossilizzate, confermando quindi la tradizione. Buona giornata

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  4. Paolo Salvi ha detto:

    Non sono mai stato “veramente” in Svizzera se non a Locarno, o attaversandola per andare in Francia. Quindi questo capolavoro dell’arte romanica pittorica mi manca del tutto.
    Dovrò programmare un viaggio che risalga la Val Venosta e giunga a Muestair dopo questo tuo articolo.
    Queste raffigurazioni romaniche mi ricordano per la vividezza dei colori quelle (però ridipinte) della cappella di Sant’Eldrado di Novalesa, vista l’anno scorso a seguito della lettura di un tuo pregevole articolo.

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