Costruita sulla cima di un monte, sulla nuda roccia Notre-Dame de Valère – siamo a Sion, in Svizzera – può ricordare, in alcune fotografie, la Sacra di San Michele. Il parallelo, però, regge solo quando la collegiata è inquadrata dal basso, con le montagne che le fanno corona; allora si è portati ad immaginare che si stagli orgogliosa e solitaria, proprio come la Sacra, tra boschi e cielo. In realtà, la basilica è costruita sì al vertice di un alto sperone di roccia, ma questo picco nasce dalla città di Sion, la quale a sua volta si distende nella vastissima piana in cui scorre il Rodano, piena di strade e di fabbriche e fittissimamente urbanizzata, così estesa e distesa da ospitare addirittura un aeroporto; e le Alpi – è vero – fanno da corona alla cittadina e alla sua basilica, ma distanti, mentre un solo altro colle si erge da questa piana, vicino e quasi gemello, con la parte alta occupata, questo, dalla vasta fortificazione del castello.
Sono quindi più veritiere, e diremmo diversamente suggestive, le foto che mostrano la rocca e la basilica elevate sì, ma circondate da una valle dall’aspetto assai moderno. Salire su fino alla chiesa di Notre-Dame, partendo dalla città bassa, resta una scarpinata di quelle che non si dimenticano, e che aprono il cuore agli appassionati: la fatica del salire, con lo sguardo sempre avanti per capire se la meta è finalmente vicina, rende poi ancor più gustosa la conquista, come avviene quando si visitano altri nidi d’aquila del romanico, come San Pietro a Civate, o San Benedetto in Val Perlana, per citare altre due chiese a cui si arriva solo a piedi, e dopo lungo salire – anche se forse il paragone più calzante andrebbe fatto con Saint-Michel d’Aiguilhe, a Le Puy-en-Velay, costruita anch’essa su un picco che si tira su solitario in un contesto pienamente urbano -.
A Sion, però, la sfida è doppia, per gli appassionati del romanico che non siano particolarmente fortunati: prima infatti occorre percorrere i sentieri che portano su alla basilica-castello, all’inizio dolci e tra le strade e le case, e poi ripidi e via via più solitari, e infine fatti di grandini e porte di pietra che introducono alla fortificazione che circonda la chiesa; il secondo scoglio poi, raggiunta la basilica ed entrati nell’aula – sostanzialmente gotica – è poter accedere all’area presbiteriale che, per via dei particolarissimi capitelli romanici, è in sostanza l’unica parte per noi davvero interessante, e però resta quasi sempre chiusa ai visitatori.
Noi, sfortunati, siamo entrati, sì, nella basilica, che al termine della salita abbiamo trovato aperta, ma quanto al “santuario” ci siamo dovuti accontentare di ammirarlo da fuori, dalla navata, attraverso una porta a vetri chiusa; abbiamo poi potuto dare un altro sguardo al presbiterio salendo, al termine della navatella sinistra, sul ballatoio che lo affianca: già qui è possibile ammirare da vicino alcuni degli strani capitelli di Sion – tra cui quello in cui un drago mangia la testa di un uomo disteso, che sembra un rilievo maya o azteco -, e si possono poi cercare, con lo sguardo e con l’obiettivo della fotocamera, ma solo da lontano e con difficoltà – per questo ricorriamo qui alle bellissime foto di Francesco Sala – i capitelli che sorreggono l’arco che introduce all’abside.
Da dove nasce il fascino particolarissimo dei capitelli di questa basilica? A renderli suggestivi è, innanzitutto, il contesto in cui sono collocati: l’abside è completamente affrescata, e i capitelli, che si possono datare al XII secolo, dialogano, per contrasto ma non solo, con i dipinti, i cui colori decisi sono resi più tenui dal passare del tempo. Un secondo elemento che caratterizza i rilievi di Sion è il loro aspetto un poco orientale, e che per certi aspetti, come si diceva, richiama forse anche l’arte dell’America precolombiana. Mostrano aquile, e cespugli, e piccoli corpi nudi tra le felci. I due capitelli maggiori presentano un’iconografia articolata in cui figure umane e figure mostruose stanno in rapporto tra loro: nel primo cinque omini in gruppo sembrano impegnati come in un gioco, mentre agli angoli due grandi scimmie sono accovacciate e minacciose; nel secondo, al centro e ai lati figure come di sirene semidistese afferrano le orecchie di teste demoniache e gigantesche, dalle cui fauci spuntano racemi. In un capitello a soggetto vegetale, le foglie salgono e invadono anche l’abaco; nella parte destra, però, di questa fascia superiore, un serpente si è scagliato su un omino e l’ha già inghiottito fino al torace.






Infine, a rendere insoliti e misteriosi i rilievi romanici di Sion è la pigmentazione – con tutta probabilità coeva agli affreschi gotici – dei due capitelli alla base dell’arco trionfale, quello prettamente floreale a sinistra guardando l’abside, e quello figurato che gli sta di fronte. Qui un personaggio con in testa una corona tiene le corna di due arieti, mentre altri due lo affiancano più in alto: secondo alcuni, potrebbe trattarsi di una evocazione dell'”essere creatore”, signore del mondo, colto nell’atto di dar vita agli animali. Sui lati del capitello, due altri piccoli personaggi nudi si fanno spazio tra il fogliame e le corna dei montoni.

Sono evidenti in questi due capitelli che introducono all’abside certe caratteristiche comuni a tutti i pezzi: la decorazione nella parte alta, con strane chiocciole o conchiglie che fanno da cornice; le foglie che terminano sporgenti e costituiscono il pretesto per far spuntare teste d’animale o figure umane – alle quali in un paio di casi almeno le foglie stesse fanno come da gonnellino -; e infine un gusto per la simmetria delle rappresentazioni, il cui valore simbolico è accentuato anche grazie a questo schematismo, che viene rotto solo nel momento in cui si rappresentano le due scene orizzontali, e marginali, dei mostri che ingoiano figure umane.
Domina un profumo di mitologia agreste, di foreste abitate da esseri di un’altra era e da rimembranze di culti pagani: è come se qui a Sion il cristianesimo, con i suoi simboli e i suoi santi, abbia provato a salire fino alla basilica-castello, ma sia rimasto chiuso fuori, oppure non abbia potuto arrivare fin dentro al presbiterio – com’è successo a noi – né abbia potuto conquistarne i particolarissimi capitelli, che restano radicalmente alieni rispetto alla cultura, alle storie e all’iconografia della fede cristiana.
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P.S.: A dire il vero, ci dev’essere un modo per salire in auto fin nei pressi della basilica, limitando lo sforzo; ma del parcheggio collocato poco sotto le mura della cittadella fortificata ci siamo accorti solo dopo la visita alla chiesa. Fate finta anche voi di non essere al corrente di questa opportunità troppo comoda: chi sale a piedi avrà, oltre al piacere dell’avventura e della conquista, la possibilità di vedere a metà del cammino un’altra chiesetta, questa decisamente romanica, e di ammirare anche se da lontano, sul colle vicino, il castello che fa la guardia alla città e alla valle intera. Infine, se amate la musica d’organo, avete un ulteriore motivo per andare a Sion: dicono infatti che lo strumento della basilica di Notre-Dame de Valère sia il più antico tra quelli che è ancora possibile suonare, e per questo la basilica ospita spesso concerti e rassegne musicali.
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Non ci sono, questo pezzi inusuali, nel volumetto sui capitelli romanici che Before Chartres propone ai suoi lettori più fedeli. Ce ne sono altri dodici – anzi, per la verità ce ne sono altri quattordici – che hanno la pretesa di essere altrettanto belli. Vedere per credere. Qui: DODICI splendidi CAPITELLI ROMANICI
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Alessia Pini (da Fb):
Vista. L’abbiamo trovata aperta e c’era un bellissimo concerto d’organo. Ma non sapevo dei capitelli e quindi tornerò.
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Sergio Rampolli (da Fb):
E’ successo anche a me di salire a piedi e di accorgermi solo dopo dello spiazzo per le auto a pochi minuti dalle mura. Però sono contento di aver fatto tutta la salita e di aver visto il panorama. Grazie del bellissimo commento ai capitelli.
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Fabio Casalini (da Fb):
“Domina un profumo di mitologia agreste, di foreste abitate da esseri di un’altra era, da rimembranze di culti pagani”: essendo molto vicina a casa mia (1 oretta e mezza), conosco bene e condivido quanto hai scritto nell’articolo. Mi stupisce che un uomo della pianura abbia questa sensibilità “montana”. Complimenti Giulio.
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Non merito questi complimenti, Fabio. Semplicemente, mi sono lasciato affascinare dai capitelli di Sion, e ho provato ad osservarli, purtroppo senza l’ausilio di testi particolarmente illuminanti, che proprio non ho trovato. Ma mi ha colpito l’assenza di riferimenti cristiani, e la pervasività degli elementi vegetali: e questi due elementi insieme mi hanno fatto tornare a certe raffigurazioni e simbologie “pagane”… che da modesto abitante del “pagus” forse porto un po’ nell’inconscio.
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Affascinante la chiesa fortificata di Notre-Dame-de-Valere che da uno sperone roccioso domina Sion, nel Vallese, e i pregevolissimi capitelli che ci descrivi così accuratamente anche grazie alle fotografie di Francesco Sala.
Conosco poco la Svizzera, avendola visitata di rado, se non per i post del nostro Magister su Itinerari Artistici del Medioevo, che ha documentato tutto il romanico elvetico.
E come quelli anche questo tuo articolo mi invita a colmare con sollecitudine questa mia lacuna.
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