Anche chi è decisamente refrattario alla lettura dei Vangeli, ha un’idea di cosa fu il “bacio di Giuda”: il gesto dell’apostolo che, nell’Orto degli Ulivi, consegnò Gesù ai suoi aguzzini, così noto e così fortemente deprecato, è diventato un po’ il paradigma del tradimento. Ma per comprendere le rappresentazioni romaniche di quel fatto cruciale – e oggi ci concentriamo su quella dipinta nella chiesa di San Justo a Segovia – occorre rileggere almeno una volta il racconto tramandato dal Vangelo. O meglio: dai Vangeli.
E’ la sera del giovedì, la vigilia del giorno in cui Gesù sarà inchiodato alla croce. Il Maestro ha consumato con gli apostoli la cena pasquale. A tavola ha preannunciato il tradimento di uno dei suoi, e il sacrificio di sé che, come un agnello, si prepara ad affrontare. Alzatosi dalla mensa, ha raggiunto un luogo in cui andava spesso a pregare, accompagnato, come sarà successo molte altre volte, dai suoi discepoli più fedeli. Nel giardino del Getsemani – del “frantoio” -, tra gli ulivi bassi, prega e suda sangue sentendo arrivare la fine della sua avventura tra gli uomini. Quel che accade poi è raccontato così dal Vangelo di Luca:
Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”. Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”. Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate! Basta così!”. E, toccandogli l’orecchio, lo guarì.
Il bacio subdolo di Giuda Iscariota è senza dubbio il cuore di questo episodio tumultuoso. Ma il gesto violento di uno degli apostoli, che alza la spada e colpisce, attira nella stessa misura l’attenzione dei frescanti romanici: anche il pittore di Segovia lo rappresenta in primo piano, come ancillare rispetto al tradimento, ma comunque degno di essere ricordato e tramandato. A dirci chi sono i protagonisti di questo gesto inatteso e cruento è un altro Vangelo, quello di Giovanni, in cui si legge: “Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?»”.
Osserviamo allora l’affresco ruvido e modernissimo della chiesa di San Justo che, pur sviluppandosi in orizzontale in modo continuativo, e pur se riempito di figure fittamente accostate, può essere diviso in due parti. In quella di sinistra, possiamo chiaramente riconoscere i due episodi di cui abbiamo detto fin qui: mentre Giuda già pone le labbra sulla guancia del Signore, due degli apostoli osservano sconcertati, e Pietro, con i capelli bianchi e l’aureola scura, brandisce la spada su Malco. Ma guardate la mano destra del Cristo: come se il dolore del giovane Malco gli importasse più ancora del tradimento di Giuda, con un gesto benedicente Gesù si fa prossimo, vicinissimo, al servo malcapitato; le dita della mano parlano e dicono il miracolo, la guarigione che avviene all’istante.
La mano sinistra del Maestro, strattonata da uno degli armigeri, ci mostra già che il Signore, tradito, verrà portato via, verso la serie di processi sommari che decreterà la condanna a morte. Ma c’è un terzo episodio, rappresentato nell’affresco di Segovia, che nella parte a destra mostra soldati che mettono le mani addosso ad un uomo inerme: un personaggio aureolato, vestito di rosso viene effettivamente circondato, e spinto via. Forse si tratta di un discepolo, fermato dai soldati nel momento concitato del tradimento e della cattura di Gesù; e per seguire e comprendere questa ipotesi occorre tornare alle diverse narrazioni che i Vangeli fanno dell’episodio, ed in particolare al testo di Marco, che aggiunge un nuovo attore misterioso alla già concitata vicenda del tradimento nel Getsemani. Scrive infatti Marco:
Gesù disse loro: «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!». Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.
Chi era questo giovane seguace del Cristo, l’unico a seguire il Maestro dopo l’arresto, mentre tutti gli altri trovano il modo, per paura, di dileguarsi? Sorpresi per come Marco, aggiungendo questa scena, si allontana dagli altri evangelisti – neanche gli altri due Vangeli “sinottici”, che di solito camminano in parallelo, ne fanno cenno – molti commentatori sono propensi a pensare che il giovanetto fosse, in realtà, lo stesso Marco: secondo loro l’evangelista, che non era uno dei Dodici, intese dare in questo modo, scrivendo di sé nelle ultime pagine del proprio Vangelo, la prova della sua presenza al fianco di Gesù fin dalle ore cruciali. Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, riassume così questa ipotesi: Marco, che era un giovane discepolo di Pietro, “era di certo presente alla festa di Pasqua a Gerusalemme (…) e il podere del Getsemani apparteneva a sua madre, Maria (…). Al seguito di Gregorio Magno, molti autori antichi e medievali hanno attribuito un tenore autobiografico all’episodio. Il giovane nudo non sarebbe nient’altro che Marco, il quale offre la garanzia di non essersi tirato indietro nel momento supremo, perché desideroso di seguire fino all’ultimo il Maestro”.
Possiamo dunque concludere che il discepolo circondato dagli sgherri nell’affresco di San Justo sia il “giovinetto” che seguiva Gesù rivestito solo da un lenzuolo? Qualche dubbio resta: suscita perplessità la folta barba di questo personaggio aureolato, che non è certo ritratto come un giovanissimo; c’è poi quella veste rossa, che non ricorda affatto un lenzuolo; lascia perplessi, soprattutto, l’importanza che la figura di questo personaggio, secondario nella narrazione evangelica, assume invece nell’affresco: per statura e posizione, quest’uomo in rosso appare più importante di Pietro, e addirittura si paragona al Cristo stesso. E se fosse, di nuovo, il Maestro?
A me, veneziano, l’affresco di Segovia ha richiamato alla mente, da subito, la rappresentazione degli eventi del Getsemani che è proposta nei mosaici d’oro della Basilica di San Marco. Altra tecnica, e altra cultura sicuramente, perché al romanico spigoloso del frescante di San Justo stiamo accostando la bizantina ed eterea eleganza del mosaicista veneziano; e, però, simile è il succedersi dei corpi allungati, e simile è la scansione delle scene. A Venezia, come a Segovia, Pietro e il povero Malco stanno a sinistra; segue la scena del bacio, simile anche se ribaltata, e torna anche qui la mano destra del Cristo che, mentre Giuda lo tradisce, indica Pietro e Malco e compie il miracolo; poi una cesura, occupata a Venezia dalla figura di Pilato, e a destra appare di nuovo il Signore, circondato da chi lo deride e lo colpisce e già coronato di spine: la veste è rossa – Giovanni racconta che “i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora…” – per ricordare il sangue versato e la sofferenza più cruda.
Può essere, allora, che il pittore di San Justo abbia seguito lo stesso schema. Può essere, cioè, che nel suo affresco anche il frescante di Segovia abbia rappresentato nuovamente, a destra, la figura di Gesù, stavolta circondato dai chi era venuto per prenderlo, e abbia inteso prefigurare, vestendolo di rosso, lo scherno, le percosse, la flagellazione e poi la croce, a cui il Maestro sta andando incontro: un supplizio determinato dal bacio di uno dei suoi apostoli; e ancor più reso necessario dai peccati compiuti dagli uomini da Adamo ed Eva ad oggi, che solo l’Agnello di Dio, lasciandosi condurre all’altare, poteva riscattare, indossando la veste rossa del sacrificio di sangue.
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Daniele Djsteel Berettoni (da Fb):
Nessuno nota il particolare, gesu, come in altre mille rappresentazioni, ha la mano invertita. Questo ha un significato simbolico iniziarico ben preciso.
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Affascinanti gli affreschi di San Justo di Segovia e affascinante la descrizione delle immagini rappresentate col rimando alle Sacre Scritture.
Pare anche me probabile che la figura dal manto rosso vestita sia il Cristo, tanto più che così è raffigurato nella mandorla della calotta absidale.
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