Quel braccio teso a Zaccheo sul ramo

Ci sono tanti uomini sugli alberi, nella scultura medievale. Ma questo è Zaccheo, questo siamo noi. Sui capitelli e sui portali romanici, tra rami e foglie e arbusti ci sono gnomi, omini nudi, teste barbute; ma l’uomo a cavalcioni di un ramo sul questo capitello di Saint-Nectaire, in Alvernia, questo è il “capo dei pubblicani” di cui racconta il Vangelo di Luca. Ed è il protagonista, insieme al Cristo con cui dialoga, di una breve vicenda che ci riguarda tutti da vicino, e che è molto molto quaresimale.

Zaccheo viveva a Gerico, e tutti lo conoscevano. Era noto per la sua ricchezza: tutti , purtroppo per loro, avevano avuto a che fare con il suo ruolo di esattore, e con quel suo potere esercitato in modo disonesto; Zaccheo, poi, era noto – ed era deriso – per la sua statura: quanto era ricco e disonesto, tanto era piccolo.

Succede però che Gesù passa per Gerico. E succede che il ricco Zaccheo – che poteva ben fregarsene, di questo predicatore itinerante – è preso invece dal desiderio, dal desiderio di vedere il Messia: “…cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là…”. Così, se Zaccheo è sull’albero in cui lo vediamo anche a Saint-Nectaire, è perché solo così può vedere quello che cerca. E questo è già Quaresima, è già decisamente “conversione”. Zaccheo compie infatti un gesto inatteso, che non gli è proprio, che non si addice ad un ricco personaggio, nella cui agenda stava sicuramente ben altro che farsi deridere dall’intera città, lassù, tra le fronde di un sicomoro. Zaccheo sul ramo, in equilibrio precario, è la conversione personificata: un desiderio di cambiare lo ha preso, e gli ha fatto compiere un percorso iniziale, lo ha portato in alto, nonostante il rischio di cadere, nonostante la certezza di passare per folle.

Il nostro capitello, piccolo gioiello di comunicazione, ci rappresenta in modo chiarissimo come la “conversione” di Zaccheo – succede per ogni singola conversione, ogni volta che un uomo si mette in gioco – provoca, come in un riflesso, la risposta del Signore. La quale sta tutta in quel braccio teso e lungo che Gesù, da in mezzo alla folla, stende verso quel piccolo uomo arrampicato sull’albero. Dice almeno due cose, quel lungo braccio teso.

Dice innanzitutto che se Zaccheo, mosso dal desiderio, ha fatto i suoi passi verso il Messia, Gesù per parte sua risponde con pienezza; non si fa desiderare a lungo, non si sottrae, e anzi vede, e agisce, come un innamorato in attesa, e si muove in direzione dell’uomo, e immediatamente fissa il contatto: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Sostituisce un incrocio di sguardi, quel braccio teso: come spesso accade nella scultura romanica, Zaccheo e e il messia sono presentati frontalmente; però, grazie a quel braccio, sono l’uno di fronte all’altro.

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Zaccheo sul ramo, e il braccio teso di Gesù (foto: Tangopaso)

E in più, quel braccio teso e lunghissimo, che mette in ombra gli altri presenti, accende un riflettore su quanto sta accadendo. Attraversa la scena, e passa davanti agli astanti: rende ben chiaro che il link che si è creato, il nuovo felleng che unisce il pubblicano e il Messia, sta al di sopra di ogni consuetudine, dei cattivi pensieri della folla – “…Vedendo ciò, tutti mormoravano: ‘E’ andato ad alloggiare da un peccatore!’…” –, dei luoghi comuni di chi sta a guardare e a malignare. Conta poco che sia Pietro il personaggio alla destra di Gesù: la chance di salvezza che Zaccheo ha costruito per sé stesso regala al piccolo uomo un dialogo diretto col Messia; l’uomo che cercava ha trovato, e insieme al Messia diventa protagonista, mentre tutto il resto passa in secondo piano.

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L’altro lato del capitello

La “conversione” di Zaccheo, subito colta da Gesù con entusiasmo, porta buoni frutti: “Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: ‘Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri…”. Anche qui, però, il bello che fiorisce va al di là del buon senso e della consuetudine comune: “…e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’…”, conclude il capo dei pubblicani ormai convertito. Un risultato “esagerato” – perché quattro volte tanto? non bastava un ritorno all’equità? – nato dal gesto “esagerato” di salire, come una scimmia, tra i rami di un albero, e rappresentato nella pietra da quel braccio “esagerato”. Che il Signore tende verso Zaccheo, ma in realtà allunga verso tutti coloro che, in Quaresima o quando accade, compiono il loro cammino di conversione.

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Il capitello di Zaccheo è solo uno dei pregevoli pezzi della chiesa di Saint-Nectaire, che a sua volta è solo una delle bellissime chiese d’Alvernia, molte delle quali sono dotate di absidi meravigliose, ma anche di capitelli di grandissimo interesse. Before Chartres ha dedicato a questi temi il post In Alvernia le chiese… danno le spalle e l’articolo Dodici motivi per tornare in Alvernia, più specificamente dedicato ai capitelli. 

Si legga anche La storia di Giona fatta sintesi e magia e L’Avarizia? Barba e chioma da vikingo, che illustrano capitelli altrettanto belli delle chiese di Clermont-Ferrand e di Mozat.

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La chiesa di Saint-Nectaire

 

3 pensieri su “Quel braccio teso a Zaccheo sul ramo

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