Il nartece bello e “deforme” di Paray

Può anche accadere che di una chiesa ti piaccia ciò che invece, stando al giudizio degli studiosi, è un limite o addirittura un difetto. Before Chartres, ad esempio, ama di Paray-le-Monial il suo nartece; e guarda e apprezza il gioco di volumi che crea sulla facciata. Lo trova spettacolare, anche se sa che i costruttori della grande basilica devono aver maledetto a lungo quel nartece, perché ostacolò il loro lavoro.

Si dice che non c’è, in tutta la Borgogna, una chiesa che sorse con la stessa ambizione di questa: e cioè riproporre, anche se in dimensione minore, la perfezione costruttiva che il romanico stava raggiungendo, negli stessi decenni, nell’immensa terza basilica del monastero di Cluny. Paray-le-Monial, insomma, fu voluta da Ugo di Semur, abate di Cluny alla fine dell’XI secolo, come copia minore di Cluny III; o forse – ma il risultato non muta – proprio perché fu costruita dall’abate Ugo e sotto la diretta influenza del potentissimo monastero, Paray-le-Monial non poté sottrarsi all’esempio perfetto, e non poté che sorgere secondo gli stilemi perfezionati in Cluny III. Che sia successo per ambizione o per inevitabile contaminazione, alla fine Paray-le-Monial si ritrova ad essere una copia fedele, anche se in scala ridotta, della terza basilica del monastero-città; ed è una copia importantissima per la storia dell’arte, poiché di Cluny III non restano che poche memorie.

La basilica vista dal cielo (foto: Jackydarne)
Il nartece visto di fronte (foto: Otparaylemonial)

E però il nartece, quello no, non ha nulla a che fare con Cluny III. Il nartece c’era prima: con il suo piano inferiore porticato, con quello superiore chiuso, e con le sue due belle torri quasi gemelle – tutti elementi in verità oggetto di “restauro” nei secoli scorsi – il nartece completava la chiesa preesistente, a navata unica, e come la chiesa preesistente era stato costruito nei primissimi anni dell’XI secolo, o forse qualche decennio più tardi. E così gli architetti di Ugo di Semur che, abbattuta la vecchia chiesa, si diedero a tirar su il loro capolavoro, costruirono sì quell’edificio perfetto che avevano in mente, e che oggi vediamo; ma ad un certo punto dovettero fare i conti con il nartece, che stava là, ben piantato a terra, le torri ritte verso il cielo. Perché la nuova basilica venne su in fretta, e senza esitazioni né ripensamenti si compì l’articolata zona absidale, e il presbiterio, e il transetto altissimo quanto la navata, e insomma tutto fu eretto senza sbavatura alcuna; ma poi proseguendo verso occidente fu chiaro che il nartece, rimasto in piedi, non avrebbe consentito la realizzazione di una navata adeguata al modello di Cluny III. La nuova Paray fu completata secondo la volontà di Ugo di Semur, e in tutto ripropone la perfetta sintesi architettonica dell’abbazia madre, con le absidi radiali, il deambulatorio, il coro, il possente transetto, e poi la navata con la volta a botte a sesto acuto, i pilastri compositi tutti uguali, la partitura ternaria nelle pareti… e però la navata restò corta, limitata a tre sole campate. Perché il nartece, il vecchio nartece, non fu abbattuto. La nuova chiesa, ambiziosa e orgogliosamente costruita secondo il più à la page dei modelli, conservò dunque come propria conclusione occidentale quella costruzione che si era ritrovata “tra i piedi”. La quale le impedisce di avere una facciata; la quale è bassa, molto più bassa della navata, se è vero che solo le torri arrivano a superare l’altezza della volta della basilica; la quale addirittura è fuori asse rispetto alla nuova chiesa, poiché il vecchio nartece risulta sfalsato decisamente a sinistra.

La pianta della basilica con la chiesa precedente (da Jochen Jahnke, elab.)
L’interno (foto: Cees van Halderen)

Eppure a Before Chartres il vecchio nartece che conclude la chiesa di Paray piace più ancora dell’interno. E questo gioco di volumi che sostituisce la facciata, per Before Chartres è l’elemento più caratteristico della grande basilica oggi dedicata al Sacro Cuore, ed è più affascinante ancora della grande articolata struttura absidale, che nella sua perfezione suona quasi stucchevole, ed è più appassionante di un intero edificio che sarà anche perfetto, come spiegano i sacri testi, ma che forse lo è ormai troppo, e troppo si specchia in se stesso, beandosi della propria bellezza.

Dicono che Paray-le-Monial è costruzione impeccabile, e che il suo interno è il più sapiente scrigno di luce che il romanico abbia ideato. Before Chartres però sta con Raymond Oursel, quando dice che “già il compiacimento nel gioco delle luci si rivela troppo evidente per non far presagire quei tempi, oramai prossimi, quando si crederà di poter (…) far equivalere alla Luce spirituale i modesti scintillii della nostra povera luce”; e fugge, Before Chartres, da questa ricerca troppo fine, stravolta poi nell’abside da un Cristo in Gloria tardo e inguardabile; e ama invece di Paray-le-Monial le belle pietre brune, dal colore coerente e uniforme, che all’esterno ne compongono il ciclopico corpo. Ed è grato a quel nartece più modesto, che mentre ridimensiona l’impresa di Ugo e dei suoi, contemporaneamente le dà vita, e la riporta a modi meno studiati, più sinceri e veraci, che sono quelli in cui si sente ancora il respiro affannato ma potente dell’arte romanica.

4 pensieri su “Il nartece bello e “deforme” di Paray

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Francesco Guidi (da Fb):
    Secondo me il restauro ha rovinato l’atmosfera all’interno della basilica. Era molto più calda quando portava i segni dei secoli. E concordo con il giudizio sul Cristo del catino absidale che è proprio un pugno in un occhio.

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  2. Paolo Salvi ha detto:

    Ricordo di averla vista di sfuggita questa magnifica basilica, andando in Bretagna, in viaggio di nozze. Mi dispiace non essermi fermato, ma i tempi erano stretti e la vidi di sfuggita passando, pensando che prima o poi ci sarei venuto apposta. Non è ancora successo.
    Anch’io trovo magnifico il nartece, quasi un tedesco Westwerk, e sono felice che venne conservato, pur limitando lo sviluppo della nuova basilica.
    Sono affascinanti sia i motivi che portarono a mantenerlo, sia le modalità di raccordarsi alle preesistenze.
    Fa un effetto particolare vedere le sole torri svettare, di poco, sopra la nuova navata, così come colpisce la muratura lineare, compatta, priva di aperture, salvo i portali.

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