Il portale con lo strepitoso giudizio Universale realizzato da Gislebertus, e poi la Sala capitolare che, ospitando alcuni capitelli dello stesso scultore, pezzi notevolissimi e notissimi, si propone come un indimenticabile museo delle meraviglie: sono questi i due poli attrattivi che, quando si visita la cattedrale di Autun, rischiano di far dimenticare – o comunque inducono a sottovalutarli – gli altri capitelli che arricchiscono le tre navate. Ed è un peccato grave, perché non pochi dei pezzi istoriati rimasti all’interno della chiesa, nella collocazione originaria, competono in bellezza con quelli portati su, in evidenza, nella sala soprelevata. Ed è un peccato grave anche perché di Saint-Lazare dovremmo saper ammirare, come tratto distintivo, proprio l’unitarietà della decorazione scultorea, tutta realizzata dalla mano di Gislebertus: “Cette cathédrale possède – scrive infatti Denis Grivot – la plus grande quantité de sculptures réalisées par un seul sculpteur, l’un des plus grands sculpteurs de l’Occident“.
Vorrei allora ricordare – per me che mi preparo a ritornare ad Autun, e per tutti coloro che amano questa grande basilica – proprio la messe di pezzi che si possono ammirare camminando attenti nella splendida navata. Me ne dà l’occasione una serie di immagini salvate molti e molti anni fa nel mio archivio, che qui condivido: credo si tratti di una serie di diapositive, di quelle che, riunite in ordine grazie ad una confezione in cellophane con tante bustine, si vendevano nei bookshop delle grandi chiese, o nei negozi per turisti. Non si tratta di foto recenti, quindi, e non si tratta di foto mie, e forse anche per questo meritano di essere riproposte; alle immagini aggiungo qui di seguito solo una piccola guida di lettura, poco più che una serie di didascalie che dicano il tema narrato dai vari pezzi; e non mi preoccupo di un ordine particolare: per una mappa dei capitelli nella basilica, in attesa di realizzarne e di proporne una mia, rimando a quella pubblicata nel sito medart.pitt.edu.
Eccole, allora, le mie diapo, ripescate dal passato, che nonostante siano vecchie di decenni, costituiscono una documentazione preziosa e per certi aspetti emozionante. Le prime ci propongono due bellissimi capitelli pasquali: uno, quello detto “del Noli me tangere“, rappresenta il dialogo di Gesù, risorto a Pasqua, con la Maddalena, che il Maestro invita a desistere dal desiderio di toccarlo; il secondo è dedicato all’incontro con i discepoli di Emmaus, che erano tristi per la morte in croce di Gesù, e che faticano ad accorgersi di come Egli, risorto dalla morte, stia dialogando proprio insieme a loro.


Con un salto indietro, guardiamo poi quattro capitelli dedicati ad episodi dell’Antico Testamento. Nel primo vediamo una particolarissima rappresentazione della vicenda di Daniele nella fossa dei leoni, con Abacuc e il cestino dei viveri portati in volo dall’angelo per confortare il profeta prigioniero; nel secondo i tre ragazzi gettati nella fornace da Nabucodonosor, anche questi salvati dall’angelo del Signore; nel terzo capitello biblico Gislebertus ci propone a modo suo l’arca di Noè e i preparativi per affrontare il diluvio universale; nel quarto osserviamo Sansone che, secondo un’iconografia che ritroviamo anche alla Sacra di San Michele, spinge la colonna che regge il tempio dei Filistei, per farlo crollare.




I tre capitelli seguenti narrano delle vicende degli apostoli: nei primi due, a cui Before Chartres ha dedicato un intero articolo, Pietro e Paolo guardano Simon Mago dapprima prendere il volo, e poi cadere rovinosamente; nel terzo riconosciamo santo Stefano, il primo martire, mentre viene lapidato.



Ancora quattro capitelli che raccontano episodi del Vangelo: un’Annunciazione, con il dialogo tra l’angelo e Maria sotto un ampio arco a tutto tondo; poi una Natività, con Maria distesa dopo il parto che stende la mano verso il bambino; e poi due rappresentazioni delle tentazioni subìte da Gesù nel deserto: strana la prima, dove un satanasso offre una pietra, perché sia trasformata in pane, ma a riceverla sono due figure dai lunghi capelli che hanno ben poco di romanico; bellissima la seconda, in cui Satana si regge con i piedi artigliati in cima ad una torre, a provocare il Cristo, che invece lo ascolta con una calma serafica.




Dall’archivio ritrovato sbucano infine le foto di due capitelli che mi pare siano tra i più pregevoli, anche se presentano un’iconografia inusuale. Nel primo, un uomo porta sulle spalle un palo orizzontale a cui sono appese sei campane, suonate da due altri personaggi seduti: gli studiosi spiegano che questa scena rappresenta il quarto tono della musica, uno degli otto in cui si organizzava il canto gregoriano. Nel secondo, due uomini coronati sono seduti, in posizione simmetrica, all’ombra di rami frondosi: si tratterebbe della rappresentazione, ovviamente parziale, dell’Albero di Jesse, cioè della genealogia di Gesù raffigurata in forma vegetale.


Basterebbero questi quindici pezzi, per farci dire che la cattedrale di Autun, grazie allo scalpello di Gislebertus, è uno dei luoghi più intensi del romanico, in cui lo spirito del tempo si scioglie in un’arte che appare ingenua e sentimentale ma è, allo stesso tempo, smaliziata e padrona dei propri mezzi. Altri capitelli, che la mia raccolta di diapositive del precedente millennio non documenta, stanno come frutti preziosi appesi ai pilastri inconfondibili, “a parasta”, di Saint-Lazare. Senza ovviamente dimenticare che, come racconta benissimo Raymond Oursel, “alcuni dei pezzi più belli, che sono anche i più appassionatamente discussi, erano quelli vicini all’altar maggiore e all’intersezione del transetto (…). Essi sono stati sostituiti da copie e conservati poi nell’aula capitolare, dove, se han perso in senso di mistero, si offrono però ad un esame ravvicinato”. “Tra di essi, i capitelli forse più commoventi tra tutti quelli di Autun – sottolinea Oursel – compongono un ciclo di quattro scene dell’Infanzia di Cristo: i magi al cospetto del re Erode, purtroppo assai mutilo, l’Adorazione dei magi, il sonno dei magi, e infine l’ineguagliabile Fuga in Egitto“… E possiamo tornare, ora sì, a guardarli da vicino, questi pezzi notissimi e notevolissimi, su, nella sala-museo, volendo anche attraverso gli articoli che Before Chartres ha dedicato loro.
.


