L’aquila grida: la luce vince le tenebre

Ogni volta che su un pulpito medievale vedete stagliarsi le ali possenti di un aquila, pensate a Giovanni, il visionario. Non state osservando solo un leggìo decorato con la bella figura del grande rapace: agli occhi degli uomini del tempo romanico – e anche noi dobbiamo vedere con il loro stesso sguardo – quell’aquila ritta, che regge il Libro della Parola, è Giovanni, l’Evangelista. E’ Giovanni con la sua aquila a dominare, per merito di una pagina specialissima del suo Vangelo, l’ambone di San Giulio d’Orta, quello di San Clemente a Casauria, quello di Moscufo, quello di Cagliari, quello di Bitonto…

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L’aquila nell’ambone di Bitonto

I fedeli del tempo romanico sapevano tutto di Giovanni, che fu un uomo eccezionale. Noi, al contrario, abitando in quest’epoca ignorante, ci contenteremo di rimettere in ordine quelle poche nozioni di base che già vagano nei nostri ricordi. Proviamoci: Giovanni è uno degli Evangelisti, e in questo suo “ruolo” è spesso rappresentato in forma d’aquila, appunto, assieme ai simboli degli altri tre evangelisti – al toro di Luca, all’angelo di Matteo, al leone di Marco -; sta alla pari degli altri quando il “tetramorfo” ruota intorno al Cristo salvatore, e spesso è in posizione dominante negli amboni da cui si proclama la Parola di Dio.

Però Giovanni, prima di scrivere uno dei Vangeli, è stato apostolo; e tra i Dodici è quello più giovane, sì, quello spesso rappresentato imberbe; è “il discepolo che Gesù amava”, come dice più volte egli stesso parlando di sé nel suo Vangelo; e noi ricordiamo che durante l’ultima cena, all’annuncio che Gesù fa del tradimento incombente, piegò sconsolato il capo sul petto del Maestro. Ed è sempre il giovane Giovanni quell’apostolo che piange sotto la croce insieme a Maria, e sotto la croce rappresenta tutta l’umanità che il Cristo morente affida alla Madonna (“Donna, ecco tuo figlio”); ed infine è il giovane Giovanni quell’apostolo che giunge per primo, correndo più veloce di Pietro, al sepolcro vuoto, quando le donne annunciano ai discepoli impauriti la resurrezione del Cristo… E però non sbagliamo se ricordiamo Giovanni come un anziano di molti anni; è lui quel vegliardo che assiste stupito alle visioni dell’Apocalisse e riceve l’ordine di scriverle: l’ultimo Libro della Bibbia, infatti, è anch’esso opera di Giovanni, il visionario, che cinquant’anni dopo la morte e risurrezione del Cristo, relegato ad Efeso e per anni esiliato sull’isola di Patmos, fu l’ultimo degli apostoli a morire.

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Cagliari: l’aquila domina il tetramorfo

Giovane e contemporaneamente vecchio, sconsolato e contemporaneamente entusiasta, la figura duale di Giovanni si riflette e si incarna in una pagina meravigliosa, il Prologo del suo Vangelo, forte come gli artigli dell’aquila, profondo come lo sguardo che si attribuisce al rapace; Prologo che racconta con parole diversissime – eppure identiche! – la storia del Natale, del Bambino che nasce portando con sé, nel mondo, la luce della salvezza. Comincia così, questa pagina che è contemporaneamente veleno e antidoto, che è sconforto ed entusiasmo:

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

Comincia con una nascita – “la luce splende nelle tenebre” – il Prologo di Giovanni; però comincia con una nascita misconosciuta ai più – “ma le tenebre non l’hanno accolta” -. E allora il Giovanni che stiamo ascoltando evoca un altro Giovanni, il Battista, di cui il nostro Giovanni fu discepolo prima di cominciare a seguire Gesù. Racconta:

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.

E di nuovo risuona l’annuncio, che Giovanni il visionario e Giovanni il Battista sembrano ora pronunciare all’unisono, e di nuovo il rifiuto:

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.

Ma poi l’esplosione, la certezza, la salvezza. La luce è nata insieme al Bambino, e piano piano nella notte da quella mangiatoia si propaga, si fa largo nelle tenebre, e diventa efficace:

A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne,
né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

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L’ambone di Moscufo

Non solo luce, ci ha portato il Bambino. La Parola fatta carne, la volontà di Dio fatta neonato, non solo abita il mondo, ma si propaga di uomo in uomo trasformando coloro che la accolgono in Figli di Dio. Questo è il grido dell’aquila, questa è la promessa che dal leggìo alato attraversa l’aula di ogni chiesa. Questa è la garanzia di salvezza che il Prologo di Giovanni faceva agli uomini e alle donne del tempo romanico, quando gli amboni erano dominati dagli artigli della regina dei volatili, proprio per dire che questa pagina di fuoco si stagliava su tutti gli altri Vangeli e sintetizzava in sé tutte le altre pagine. Questo è il Natale – non la favola bella – e questo è il senso dell’incarnazione del Verbo, del miracolo con cui il pensiero e la volontà dell’Onnipotente sono entrati nell’uomo: “Dalla sua pienezza – conclude da secoli Giovanni il visionario – noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”. E solo ora, e solo dopo aver gridato questo annuncio di rivoluzione e di pienezza, l’aquila di Giovanni comincia a narrare le vicende del suo Evangelo.

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Il “pulpito” nero di San Giulio d’Orta

11 pensieri su “L’aquila grida: la luce vince le tenebre

  1. Giulio Giuliani ha detto:

    Mariagrazia Giacomini (da Fb)
    Non a caso nella messa tradizionale preconciliare , all’inizio e alla fine della celebrazione venivano recitate le parole intrise di spiritualità del prologo del vangelo di San Giovanni.

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  2. Giulio Giuliani ha detto:

    Concetta Andaloro (da Fb):
    Magnifico articolo del blog. Vero, Il Natale che viene proposto dalla Chiesa é un falso storico ricostruito con pezzi di varia provenienza. Resta la bellezza delle opere descritte, e la visione di Giovanni. Se gli uomini avessero inteso e tutt’oggi meditassero sulle prime frasi “In principio era il Verbo….” l’uomo avrebbe acquisito una visione più reale del concetto di LUCE. Grazie per la bellezza che ci regala.

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    • Giulio Giuliani ha detto:

      Non senza proibirti, formalmente e pubblicamente, di darmi ancora “del lei” 🙂 , Concetta, aggiungo il mio grazie: questo post nasce più da sentimenti che hai colto e condividi, che da un pezzo d’arte romanica. Ma nel tempo romanico, splendida età, il pensiero e la fede erano tutto, più ancora dell’arte.

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      • Giulio Giuliani ha detto:

        Daniela Ferri (da Fb):
        Before Chartres, questi tuoi scritti aiutano a “vedere” meglio quello che si guarda, a ricordare quello che si è letto e anche a rileggere e meditare e… anche pregare per chi se la sente. Anche se ci sono imprecisioni, mi piace pensare che Lassù siano indulgenti. 🙂

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  3. Giulio Giuliani ha detto:

    Emanuela de Franceschi (da Fb):
    Questo articolo fa pensare a quanto erano potenti i simboli nel medioevo e quanto significato avevano le parole, e ancora di più a quanto sia tutto edulcorato e privo di senso quanto ci viene propinato oggi. Ma forse non ci sono più nemmeno orecchie adatte ad ascoltarle parole così.

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