Capua: ma che piccola storia ignobile…

In un luogo pieno di incontri – che pieno d’incontri è certamente Sant’Angelo in Formis – quello con “l’adultera” è il più intenso. Il dialogo tra Gesù e la donna colta in flagrante adulterio, simile nell’impostazione grafica ad altre scene del vasto ciclo di affreschi, è quasi la sintesi, quasi uno scatto da fotoreporter: e mentre si staglia come la scena principe, quella da ricordare, riassume tutte le storie e tutti gli incontri che la chiesa campana conserva nelle sue pareti dipinte.

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L’abside con il Cristo in Gloria

Il ciclo di pitture di Sant’Angelo in Formis, nessuno ne dubita, è tra i più importanti dell’Europa medievale. Essi però sono opera “alta”; infatti, più ancora che per la datazione – sono stati dipinti ben prima della fine dell’XI secolo – risultano decisamente “antichi” per i modelli a cui fanno riferimento tutti gli artisti impegnati nel vasto lavoro voluto dall’abate Desiderio: lontani dalla pittura del romanico maturo, da queste alture sopra Capua guardano invece ancora alla lezione di Roma e di Bisanzio. Lo evidenzia il Cristo in Gloria dell’abside, “maestro severo dell’universo, che comanda e giudica implacabile” secondo la Wettstein, ma anche “Giudice dallo sguardo fisso”, secondo Raymond Oursel, attorno al quale “i simboli degli Evangelisti vagano in un firmamento ben troppo ampio, quasi lasciati alla deriva (…) rassegnati a non comporre intorno a Lui quella vorticosa unità di visione che nello stesso periodo iniziavano a realizzare entro i timpani tanti scultori, anche secondari”.

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L’interno della basilica

La stessa nobiltà d’origine (a sentire gli storici più favorevoli) e lo stesso manierismo un po’ rigido (così parlano i più critici) si avverte nei grandi riquadri che si stendono in tutta l’aula,  dei quali purtroppo una parte non irrilevante è oggi perduta: essi raccontano storie dell’Antico Testamento nelle navate minori, riservando quelle della vita di Gesù, secondo il modello di Reichenau, alla navata principale. Ed è in uno di questi grandi pannelli che il Cristo, dopo aver dialogato al pozzo con la Samaritana e prima di guarire il cieco nato e di resuscitare Lazzaro, incontra l’adultera che aspettavamo. E’ qui che anche noi incontriamo questa donna impaurita, che la Wittstein definisce “una delle figure più commoventi di tutta l’arte medievale”.

Ricorderete come l’episodio, a tutti notissimo, si svolge fluente nella narrazione evangelica. Il testo è breve, ma Giovanni (8, 1-11) mette in scena una rappresentazione articolata in più atti: l’arrivo della turba degli Ebrei, che conduce davanti al Maestro la donna colta in adulterio; poi le domande subdole – “Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” – volte a mettere all’angolo Gesù; l’iniziale silenzio del Cristo, che poi si china e comincia a scrivere sulla sabbia; l’insistenza dei farisei, a cui finalmente il Maestro risponde con una frase che è come una lama – “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” -; lo sconcerto dei presenti che, ad uno ad uno, si allontanano, rinunciando al progetto di giustiziare l’adultera; e infine il dialogo tra questa e Gesù, rimasti soli.

Forse proprio per questa sua complessità teatrale, l’episodio dell’adultera non è spesso rappresentato nel tempo romanico. Ma a Sant’Angelo in Formis il problema non si pone, e anzi tutto il dramma si riassume in un incontro, e in due sguardi che si cercano. Sono ancora presenti a sinistra i discepoli, e a destra gli accusatori; ma i primi si limitano ad osservare; i secondi invece già sono in rotta, spiazzati, e forse ascoltano, ma da lontano. Gesù non scrive più sulla sabbia ma, seduto come su un nimbo, guarda con infinita tenerezza la donna che ha di fronte, e protende verso di lei la sua destra accogliente. Forse le sta rivolgendo la domanda tramandata da Giovanni: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”; o forse già le annuncia il suo perdono: “Neanch’io ti condanno; va’ e non peccare più”. Inclinato nella postura verso chi osserva, il maestro della Bontà sembra voler coinvolgere anche noi nel giudizio pietoso e benevolo che sta pronunciando verso la donna. E lei, la peccatrice? “Raggomitolata su se stessa – scrive la Wettstein -, si fa piccola dinnanzi a Gesù. (…) La supplica delle mani, la leggera flessione delle gambe, la testa rattratta tra le spalle, lo sguardo angosciato, sono di un pittoresco eloquente”.

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La scena del dialogo con l’adultera

Molti altri sono, come si diceva, gli episodi biblici nei riquadri di Sant’Angelo in Formis. Se alcuni sono forse meglio narrati, e già più chiaramente romanici – tra tutti la Resurrezione di Lazzaro e le due scene affiancate e connesse dell’Ingresso in Gerusalemme e dell’Ultima Cena – l’affresco che mette di fronte il Cristo buon giudice e la peccatrice piena di tremore posside una carica imponente di modernità. Non racconta, ma rappresenta: un Dio sceso in terra, un’anima consapevole della propria fragilità, un metro di infinita distanza tra i due, che però è percorso da uno sguardo che non condanna e da una mano tesa.

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