Nudi tra i rami dell’Abruzzo romanico

Non l’Irlanda, non il Galles della mitologia: è invece l’Abruzzo, nel tempo romanico, la terra dei piccoli, e nudi, abitanti delle foreste. Stanno su architravi e cibori, su amboni e archivolti, su pulpiti e portali: dovunque troviamo racemi e tralci e girali fioriti, abitati da minuscoli esseri che questo verde hanno scelto come dimora, o in questo verde si sono persi.

Viene sicuramente prima l’habitat. Nel senso che nella terra d’Abruzzo ben presto nel Medioevo si diffonde il gusto per quella peculiare decorazione scolpita che riempie gli spazi con regolari volute vegetali, con rami ricurvi che disegnano cerchi successivi – eredità del mondo classico, che si può incontrare in tutto il romanico, ma qui in Abruzzo diffusa fino a diventare un tratto distintivo -. Non c’è quasi chiesa del tempo le cui porte non siano affiancate, invece che da colonne terminanti con capitelli, da pilastri piani, la cui faccia rivolta a chi guarda, come un lungo nastro teso in verticale, è scolpita così, a racemi che formano una lunga catena verticale di girali di foglie e di fiori; che poi continuano, solitamente, sopra la porta, nell’architrave, o nel semicerchio dell’archivolto. E già qui proliferano gli abitanti di questi giardini, di queste ghirlande: al centro di ogni ricciolo verde sta un fiore, ma a volte un animale, o un “mostro” – un centauro, un grifo, un basilisco -, o a volte i Viventi o l’Agnello (particolarissimi, certo, ma pur sempre animali).

MoscufoCiborio1

Moscufo, ciborio: particolare

Ma poi ancora: l’Abruzzo romanico, che più di ogni altra è terra di amboni e di cibori, ha dedicato alle proprie foreste di cerchi vegetali anche quel peculiare spazio che sta tra le colonne portanti e l’ambone vero e proprio, tra le colonne portanti e la copertura del ciborio; e qui in questi spazi, non più regolari e allungati come un’architrave,ma anzi vagamente triangolari e comunque irregolari, i racemi abruzzesi si infittiscono, si popolano sempre più spesso di abitanti umani.

Siamo nella seconda metà del XII secolo, e c’è una genìa di omìnidi bucolici, nel romanico abruzzese: uomini che cacciano tra le volute, che lottano con i rami da cui sono avvolti – e a volte posseduti -, che si contorcono, le cui barbe e le cui membra si confondono con le volute arboree, e dalla cui bocca originano le volute stesse.

A Rosciolo, sono meravigliosi quelli scolpiti dal maestro Roberto, sul fronte del ciborio: uno caccia disteso; un altro, mentre un cane gli azzanna una natica, si contorce per ispezionarsi la pianta del piede, in cerca della famosa spina; altri si reggono la barba mentre le gambe divaricate si infilano tra felci e grossi tralci. A San Clemente al Vomano, lo stesso Roberto e il suo scalpello quasi visionario ci lasciano, tra le foreste del ciborio, uomini divaricati, con le teste e le barbe che fioriscono, con le lingue che si prolungano in nuovo fogliame; e Ruggero risponde, sui lati dello stesso ciborio a lui affidati.

VomanoCiborioCopertina

San Clemente a Vomano, il ciborio

Alla loro arte, ma con le stesse parole, risponde quella di Nicodemo, che nell’ambone di Moscufo e in quello di Cugnoli disegna anch’esso donne e uomini, rigorosamente nudi, intrecciati ai racemi e azzannati dalle fiere e dai rapaci che li abitano.

Che senso abbiano, questi boschi a girali, con i loro omìnidi, e con la strana fauna che li abita, non è difficile intuirlo: raccontano il mondo in cui viviamo – e in cui più ancora viveva l’uomo del tempo romanico -. Mostrano come questo nostro mondo sia complesso, contorto, soffocante a volte, e come sia abitato dal peccato, rappresentato sotto forma di fiera o animale che insidia e morde. Insomma: gli stucchi degli artisti d’Abruzzo sbeffeggiano le contorsioni a cui siamo costretti, così pressati dal nostro essere troppo terreni; e certificano, con quei rami che originano dalle viscere stesse dei poveri indigeni nudi, che il male che ci opprime, e in cui poi finiamo per perderci, spesso viene dalla bocca dell’uomo.

 

 

 

 

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