Dieci grandi portali, distanti anni luce

Tra Conques e Chartres ci sono più un milione di chilometri. Entrambi i portali, scolpiti a pochi anni di distanza, rappresentano la Seconda Venuta del Cristo. Ma sono stelle di galassie diverse. Per chi ha voglia di percorrerlo, ecco di seguito il viaggio che li separa, e che passa per altri otto meravigliosi portali medievali.

I contenuti, prima. Datati nella quasi totalità al XII secolo, i grandi portali romanici sono stati scolpiti nel meriggio del lungo periodo delle grandi attese per la fine del mondo; e proprio queste attese sono rappresentate magistralmente nei grandi timpani romanici. In essi quindi domina l’ansia escatologica, cresciuta per tutto l’XI secolo – come Before Chartres spiega in un altro articolo – e poi ribadita nelle tre date “apocalittiche”: l’Anno Mille, il 1033, e infine il 1099, con la presa di Gerusalemme.

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Il Giudizio Universale di Conques

A Conques, sopra l’ingresso della chiesa di Sante-Foy, si staglia il più popolare tra i portali romanici che ci è ancora concesso di ammirare, cuore di una cittadina magica, inerpicata sui monti dell’Aveyron, meta di perpetui e vivaci pellegrinaggi di appassionati e di semplici turisti. Nella lunetta, scolpita nella prima metà del XII secolo e splendidamente conservata, la storia appassionante dell’Ultimo Giorno e delle sue conseguenze si articola con un’impressionante dovizia di particolari. In centro sta il Cristo in gloria, severo giudice contornato dagli angeli. Alla sua destra l’ordinata processione dei beati, che trovano posto nella sede celeste; alla sua sinistra il destino disperato che prende tutti coloro che si sono fatti trovare impreparati: sono presi dai diavoli, e gettati nella pece, impiccati, divorati dai serpenti, squartati dai raffi. In centro, in una terra di confine in cui si decide tutto, avviene la disputa che si scatena su ogni singola anima, soppesata a dovere, tra l’angelo che regge la bilancia e il diavolo che bara sul peso, per accaparrarsela. È quasi un manuale, il portale di Conques, in cui si traducono i destini degli uomini: si rivela, a Conques, la parte più popolare, e in parte grottesca, dell’attesa degli uomini romanici per l’Aldilà.

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La lunetta di Autun

Ma è il portale di Autun a dirci, con ben altra forza evocativa, con quale sentimento il tempo romanico guarda all’Ultimo Giorno. Coeva al portale di Conques – gli studiosi la datano al 1130-1145 – la lunetta della chiesa di Saint-Lazaire sembra la risposta dotta della medesima scena. Un’eleganza quasi classica nel modellato dei corpi e nei gesti dà ai beati – tesi con il corpo e con l’animo verso la salvezza che intravvedono, abbracciati agli angeli che li chiamano, nudi come sculture antiche – una forza che non si troverà più altrove. A destra, ugualmente, è pura e gelida la disperazione di chi è condannato: non troviamo nessun ammiccamento, nel portale di Autun, e nessun desiderio di esorcizzare il dramma del giudizio finale. A Gislebertus, il maestro che scolpì l’opera, i committenti religiosi devono aver spiegato che nell’ora del giudizio non sorridono e neppure i demoni, e che davvero il mondo sarà, in quel momento, diviso in due, estrema gioia ed estrema pena, spaccato a metà come il grande Cristo – perfettamente simmetrico, e perfettamente divino – al centro dell’Apocalisse scolpita. È qui, ad Autun, che probabilmente il giorno del Giudizio è pensato e raccontato “in purezza”, così come gli uomini e le donne dei secoli romanici lo hanno davvero immaginato.

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Il timpano di Moissac

Solo un altro grande portale regge il confronto, ed è quello dell’abbazia di San Pietro a Moissac. Qui il cuore dell’attesa dell’uomo romanico è rappresentato con una sintesi differente, ma ugualmente intensa. La grande lunetta è stata definita una “una teofania dell’Eterno Incarnato, un’invasione del divino sul creato” (De Champeaux e Sterckx, I simboli del Medioevo). L’artista di Moissac cancella dalla scena ogni riferimento al dopo, alla sorte degli uomini giudicati dal Cristo, e si limita a mostrare “l’evento”: il Cristo in gloria riempie i cieli, contornato dai Viventi e dagli angeli; il mondo intero e la storia tutta, rappresentati dai ventiquattro Vegliardi, guardano a questa seconda venuta. Viene colui che giudica, ma soprattutto viene colui che mette fine al mondo vecchio e caduco, per aprirne finalmente uno nuovo ed eterno. Ai fedeli che lo osservano, non resta che chiedersi dove trascorreranno – insieme ai santi di Dio o tra le fiamme dell’inferno? – l’eternità annunciata da questa grande scena.

Con questi tre grandi portali – Conques, Autun e Moissac – siamo all’apice dell’espressione scultorea romanica: pur se in modo differente, in essi raggiunge il culmine anche lo sforzo evocativo dei loro creatori, capaci di fondere nella pietra un’ansia spirituale ed esistenziale che si fa arte pura.

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La lunetta di Beaulieu

Poi, via via, l’eccellenza si stempera. Anche a Beaulieu-sur-Dordogne, nel portale datato 1130-1140, il Cristo domina la scena, con le sue braccia spalancate. Ma proprio questo gesto ne sottolinea l’umanità, quasi ancor più della divinità. La grande croce che sta alle sue spalle introduce una sorta di racconto delle vicende terrene di Gesù, autore della salvezza, certo, ma fatto uomo e infine crocefisso e ucciso, prima di risorgere. L’evocazione, così, comincia a trasformarsi in narrazione. Il re non è più epifania assoluta; il tempo non è più uno solo, quello eterno aperto dal Giudizio universale. E si aprono spazi di protagonismo, per la storia, per la vicenda umana di Gesù, per il pietismo e per la riconciliazione annunciata da quelle braccia aperte; tutti temi che saranno sviluppati e fatti propri dalla sensibilità gotica, a cui la lunetta di Beaulieu già apre la strada.

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Il Giudizio a Charlieu

Da qui in poi, nei portali successivi, il romanico si fa quasi maniera. A Semur il lirismo della rappresentazione provoca un turbine d’ali, la vicenda si muove e si alleggerisce, la ricerca dell’effetto scenico – che pure contrasta con il ritorno al grottesco nelle scene dell’architrave – sembra prevalere sull’atteggiamento religioso ed evocativo che aveva contraddistinto i capolavori del periodo precedente. Nei due portali “gemelli” di Charlieu e di Jonzy il vortice d’ali si fa completo. Angeli e Viventi muovono l’aria intorno alla mandorla del Cristo, occupati a comporre una danza che possa affascinare, più ancora che incutere rispetto e terrore.

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Arles, la lunetta di St-Trophime

Quasi stentasse ormai a coinvolgere il destino degli uomini, la rappresentazione dell’Apocalisse – succede altrettanto nel portale di Arles – è sempre più evento teatrale e sempre meno epifania. Lo spirito romanico sta già abbandonando i grandi portali.

Tra i capolavori che segnano il trascolorare dall’epoca romanica a quella gotica, spicca il mirabile e maestoso complesso del “Portico della Gloria” di Santiago di Compostela, realizzato dal Maestro Matteo dopo il 1175. Resta il riferimento all’Apocalisse – la raggiera esterna è evidentissimamente occupata dalle figure dei ventiquattro Vegliardi –, ma il tema dell’ultimo drammatico giorno, con la condanna dei reprobi e la salvezza dei giusti, si sposta nel portale laterale destro, e diventa solo uno degli elementi della grande raffigurazione, al cui centro è invece ora l’illustrazione delle vie attraverso le quali la salvezza degli uomini si è resa possibile. Il Cristo in gloria, splendido e regale, sembra accogliere più che giudicare; ai suoi lati, i segni della passione ne ricordano la sofferenza e l’umanità; intorno anche i Viventi non rappresentano più il mondo in quattro forme, mentre sempre più si identificano con i quattro Evangelisti. Resta, nell’evidente horror vacui, l’afflato romanico, ma stemperato in un gusto decorativo e narrativo, e in una serenità dei volti e delle attese che è già quella di un altro medioevo.

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Il Portico della Gloria a Santiago de Compostela

Ma già nel timpano di Chartres, che pure data alla metà del XII secolo, il passaggio si era compiuto. L’evento scolpito è pur sempre la seconda Venuta; ma se il Cristo “spicca ancora nella composizione – scrive De Champeaux –, non si possono già più fare paragoni con i suoi grandi predecessori romanici; la testa – barba, capigliatura, baffi – annuncia un’arte che ormai, copiando la natura sensibile, tacerà di quella invisibile. L’uomo prende la precedenza sulla Parola, e verrà un giorno in cui la sovrasterà”. Sono passati pochi anni, ma Conques e Chartres distano anni luce.

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La lunetta del portale di Chartres

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