Sul romanico breve del Bel Paese e sull’emblematico “caso Toscana”

E mentre Before Chartres, insieme ai suoi ventiquattro lettori, rimirava gli interni di una delle più affascinanti chiese romaniche del Bel Paese, San Pietro ad Alba Fucens, arrivò l’arguto commento di un amico spagnolo: “Preciosa, pero poco románico en los términos en que se interpreta en España“. Senza alcuna polemica, ma con una considerazione che non saprei se definire più ingenua o più pungente, Javier Callando ha riproposto un tema interessante, chiedendo a se stesso e a noi se, in parole brutali, si possano davvero definire “romaniche” tante chiese medievali italiane che, come San Pietro in Albe, hanno un semplicissimo impianto basilicale, scandito da meravigliose colonne antiche con capitelli classici o splendidamente ispirati al classico, e sono coperte da capriate lignee, e risultano alla fine costruite esattamente come gli edifici di culto del periodo precedente, come quelle, cioè, che noi chiamiamo basiliche “paleocristiane”.

San Pietro in Albe

Ripetiamo la domanda capovolgendola, ed evidenziando che cosa manca, secondo il punto di osservazione del nostro amico spagnolo, alla chiesa di Alba Fucens perché, insieme a tante sorelle italiane, la si possa immediatamente riconoscere come “romanica”: manca una volta in pietra, che sia a botte o a crociere; e di conseguenza mancano i sostegni possenti, i pilastri compositi che, anche a ritmo alternato, sono necessari per reggere il peso dalla copertura in pietra; il romanico compiuto presenta poi una notevole articolazione spaziale, e invece nella nostra San Pietro non c’è il transetto, non c’è un nartece, non ci sono matronei; non c’è un presbiterio vero e proprio, e quindi non c’è un coro e non c’è un deambulatorio con absidiole… E infine, uscendo dell’ambito prettamente architettonico, non ci sono capitelli figurati e istoriati, che sono elemento tipicissimo dell’architettura – oltre che della scultura – propriamente romanica.

L’abbazia di Pomposa

Alla sollecitazione di Javier Callando, e alle considerazioni che qui abbiamo provato a riassumere, è lecito anche dare una risposta tranchant: l’architettura ecclesiale italiana dei secoli XI e XII – si potrebbe affermare – è romanica perché quelli sono i secoli del romanico; rispetto a quanto accade in altre regioni europee, lo stile romanico si declina, anche in Italia, con tipologie architettoniche differenti, ma non per questo il romanico italiano è minoritario o carente; e quindi – potremmo dire – opere come San Pietro in Albe, o come l’abbazia di Pomposa, o San Pietro a Grado, o certe basiliche sarde, anche se coperte in legno e scandite da colonne, non sono meno romaniche del Sant’Ambrogio di Milano o del San Michele di Pavia. Né sono meno romaniche – per rispondere all’amico spagnolo – del San Vicente di Cardona o della basilica “perfetta” di Fromista o del santuario immenso di Compostela, con le loro volte in pietra e i loro spazi complessi (e peraltro – si potrebbe concludere – di chiese romaniche semplici e coperte da capriate lignee ce n’è tantissime anche al di là delle Alpi e anche al di là dei Pirenei).

Però esiste anche una corrente di pensiero che vede quanto sono rare in Italia le chiese medievali coperte già in origine con volte in pietra, e nota in molte altre il persistere del modello basilicale paleocristiano, ed infine evidenzia come siano rari gli edifici con un deambulatorio a raggiera, o con un westwerk, o comunque con un’articolazione dei volumi complessa; e c’è quindi chi, osservato tutto ciò, ha finito per concludere che il “vero” romanico in Italia è durato poco, stretto tra il riproporsi vigoroso dalla lezione classica e paleocristiana e bizantina da una parte, e il precoce diffondersi di stilemi nuovi – gotici, e anzi già prestissimo rinascimentali – dall’altra parte.

Qualcuno, addirittura, confrontando le grandi abbazie e cattedrali francesi, spagnole e tedesche con le realizzazioni del XII secolo nell’Italia peninsulare, specie a sud della via Emilia, ha concluso impietosamente che il romanico, nel Bel Paese, non ha mai realmente preso piede. E’ un’esagerazione, ovviamente, a cui si oppongono, alzando la mano per dirsi presenti, la regione dei Laghi lombardi, con l’arte rude dei maestri comacini, e poi Pavia, Parma e Modena con le loro grandi chiese urbane, ma anche la Puglia delle cattedrali, l’Abruzzo dei cibori e degli amboni, Tuscania, Sant’Antimo, Monreale e Cefalù… Difficile sostenere, quindi, che il romanico in Italia non esista. Ma non per questo il dibattito va archiviato come inutile, e non per questo si possono chiudere gli occhi; e occorre invece ammettere che in molte delle realizzazioni che si protestano romaniche manca la copertura in pietra, e manca di conseguenza – come si diceva più sopra – il “punto di partenza” dell’architettura romanica europea.

Il confronto sull’architettura romanica si fa particolarmente caldo, e si apre a ulteriori letture, quando si parla della rinomata Toscana. Che costituisce un caso emblematico, perché questa terra è ricchissima di pievi e chiese urbane dei secoli del romanico, e però, a dire il vero, non ne presenta una sola che possa proporsi come un esempio compiuto del costruire romanico. Occorre certamente inchinarsi, e lo fa anche Before Chartres, davanti al fascino di realizzazioni come le pievi di Gropina, di Brancoli, di Romena, di Sovicille, di Sant’Appiano, di San Donato in Poggio, di San Bartolomeo in Pantano… ma non una di queste chiese fu coperta in pietra o presenta i sostegni complessi tipici del romanico; non furono completate con una volta, poi, né l’abbazia meravigliosa di Sant’Antimo, né le chiese di Tuscania, né San Pietro a Grado; e quanto alle chiese urbane, portano legno, e non pietra, sopra la testa, anche la possente cattedrale di Pisa e il San Miniato al Monte di Firenze, come pure San Frediano, San Martino e San Michele a Lucca, e Santa Maria della Pieve ad Arezzo… tanto che alla fine, la cattedrale di Sovana, coperta oggi da volte peraltro posteriori al periodo romanico, è un’eccezione; e quanto a matronei, in Toscana l’unica tra le chiese principali del tempo romanico a presentare questa soluzione è il Duomo di Pisa; e fu scelta quasi obbligata, per una chiesa immensa con cinque navate.

La cattedrale di Sovana, con le volte in pietra, inusuali nell’Italia peninsulare

Si può dire insomma – e questo è il punto di vista di Before Chartres e di chi ha ben presente l’evoluzione del romanico europeo – che in Toscana, come nel Bel Paese, l’architettura romanica “è durata poco”, nel senso che ha fatto molta fatica a svilupparsi in volte, pilastri, transetti, matronei, narteci e tribune.

Guardando le cose da altra prospettiva si può sottolineare, come ha fatto Luca Sozzi commentando un nostro post sul San Martino di Lucca, che per certi aspetti in questa regione meravigliosa è invece il gotico ad arrivare tardi, e a svilupparsi solo in modo parziale. Scrive infatti:

Per tre secoli almeno (il X, l’XI e il XII, ndr) è durato il romanico in Toscana. E la prima chiesa gotica – in un certo senso anche l’unica che veramente possa considerarsi propriamente gotica, perché le altre rinunciano ai principi costruttivi del gotico, assumendone solo alcuni caratteri, come l’arco ogivale, ma non le proporzioni, non gli archi rampanti – è da vedersi nella chiesa di San Galgano (l’abbazia cistercense, ndr) che ancora rifiuta gli archi rampanti e che viene realizzata nel XIII secolo. Aggiungo che, a mio parere, il Rinascimento nasce in Toscana proprio perché il romanico continua a informare di sé, a lungo, il gotico, con le sue proporzioni più misurate, con l’apprezzamento del muro pieno e dell’arco a tutto sesto.

Castel Sant’Elia, il presbiterio

E però, anche questa sottolineatura, che evidenzia quanto sia stato parziale, e particolarissimo, lo sviluppo dell’architettura gotica in Toscana e in Italia, rimarca alla fine l’idea della debolezza dell’architettura “di mezzo” – prima romanica e poi gotica – al di qua delle Alpi. Se è vero, infatti, che gli archi rampanti, e i pilastri a fascio, e le facciate con torri, il coro e insomma tutti gli elementi strutturali caratteristici del gotico, non sono che l’evoluzione finale del progresso dell’architettura romanica compiuta, allora la debolezza del tempo gotico in Italia trova le sue radici proprio nella debolezza del romanico, raramente sviluppato in modo compiuto nel nostro Paese.

E si può concludere allora – di nuovo – che la perdurante influenza dei modelli artistici classici, che non si affievolisce in Italia durante il medioevo, rallenta e inibisce – o potremmo dire placa e ingentilisce – l’afflato dei costruttori di questi secoli verso un’architettura nuova, prima romanica e poi di conseguenza gotica. Contrariamente a quanto accade nel continente, questa ispirazione classica non perde mai forza e controllo, nella nostra penisola: non si lascia sopraffare e non lascia mai il campo completamente, sopravvive a Pomposa e a Grado, ad Aquileia e a Firenze e a Lucca, e ad Alba Fucens, e a Roma e nei dintorni, a Castel Sant’Elia, e in Campania, a Sant’Angelo in Formis… fino a quando torna dominante, questa ispirazione classica, con la fioritura, incontenibile, della stagione dell’Umanesimo, e con l’esplosione dell’arte nuova del Rinascimento. Che stabilirà, questa sì, un nuovo canone irresistibile per gli architetti del Bel Paese.

L’interno di Sant’Angelo in Formis, presso Capua

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18 pensieri su “Sul romanico breve del Bel Paese e sull’emblematico “caso Toscana”

  1. Avatar di Sconosciuto Paolo Salvi

    Come sai, non sono per niente d’accordo con la tesi che l’architettura sia romanica quando gli edifici sono voltati e non lo sia se la copertura è a capriate a vista.
    Vero è che nella tradizione paleocristiana le capriate lignee sono consuete e che questo può essere il motivo di un mantenimento della copertura lignea a vista, come nel vecchio San Pietro a Roma, che dovette essere modello per tanti edifici.
    Il romanico si distingue in molti aspetti dall’architettura paleocristiana, le strette monofore prendono il posto delle più ampie e caratteristiche finestre centinate, le facciate perdono generalmente il nartece, elemento tipico del tardoantico, residuo del quadriportico. L’impianto tende a differenziarsi da quello rigorosamente basilicale, con l’inserimento del transetto, della crociera e della cupola con tiburio.
    Se poi gli architetti medievali fanno vasto riuso di elementi tardoantichi è per il fatto che questi, e di pregio, siano presenti e diffusi in ogni dove, ma vengono utilizzati in modo diverso, spesso alternando colonne e pilastri.

    Chi viene in Italia trova tante varianti regionali, tante declinazioni differenti della lingua romanica, e non dovrebbe meravigliarsi troppo, perché ciò succede anche in Francia e, penso, Spagna.

    Ed è assolutamente smentita dai fatti, che la stagione del romanico sia breve in Italia. Essa invece è più lunga che in Francia e Germania, trovando un debole penetrare del gotico in Italia, che inizia solo nel 1218 a Vercelli in Sant’Andrea (a 70 anni dai suoi esordi a Saint-Denis) e ancora nel ‘200 in Italia troviamo chiese dai caratteri romanici, più che gotici, e da noi il gotico sarà relegato al solo Trecento e poco più, quando verrà superato dal nascente rinascimento.

    Per la cronaca, anche molte chiese gotiche più famose d’Italia sono coperte da capriate a vista (Santa Croce a Firenze, Duomo di Siena, Duomo di Orvieto) a dimostrare che questa è una tradizione dell’architettura italiana e non una “carenza” del nostro romanico.

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  2. Ignazio La Barbera (da Fb):

    Potremmo dire che in un periodo dove nel nord Europa e alcune regioni della Lombardia si seguivano modelli nuovi, chiamati appunto romanici (ricordiamo che il termine che si assegna ad uno stile é sempre postumo) nelle altre regioni italiane nella testa dei costruttori o dei committenti si fa riferimento a tradizioni per lo più locali provenienti dal passato con qualche contaminazione stilistica del romanico. Penso per esempio alle chiese normanne siciliane e pugliesi coperte completamente a cupola dove il riferimenti é chiaramente il mondo bizantino o addirittura arabo.

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  3. Cecilia Caltabiano (da Fb):

    Le grandi basiliche paleocristiane (grandi anche in importanza, per tutti, pure gli spagnoli), S. Pietro, S. Giovanni, S.M. Maggiore, ecc., sono state per secoli il riferimento per tutto il mondo cristiano, secondo me basta a spiegare l’evolversi dell’architettura religiosa in Italia. Il rinascimento è stato voluto dai potenti.

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  4. Emilie Thin (da Fb):

    Credo si debbano attenzionare tutti gli elementi che coinvolgono l’architettura, qui vediamo solo interni. Mancano facciate, campanili e portali. E ancora la percentuale di pieni e vuoti, la forma delle aperture i soggetti e i toni delle pitture, la forma degli oggetti religiosi, crocefissi in primis. E ancora i luoghi di edificazione delle chiese e il loro ruolo sul territorio cercando di non considerarli mai solo manufatti o solo religiosi, e integrando con l’architettura civile.

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    1. Tutti gli articoli di Before Chartres, Emile, fanno proprio quello che tu chiedi: analizzano ogni elemento delle realizzazioni del tempo romanico, per attenzionare ogni aspetto, compresi quelli spirituali e ideologici. Qui si tenta un ragionamento complessivo – una traccia di ragionamento complessivo! – su certe architetture del tempo romanico, a partire da una domanda. E l’argomento non è certo esaurito.

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    2. Guida Turistica Rita Pezzella (da Fb):

      Sono pienamente d’accordo. Non possiamo avere caratteristiche uguali ovunque. Dobbiamo analizzare pezzo per pezzo e poi nell’insieme. Aggiungo che anche la storia dell’ area è molto importante soprattutto dove le nuove ideologie tardano ad essere assorbite o divulgate.

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  5. Daniele Vaccaro (da Fb):

    Questione spinosa: il cosiddetto Romanico è talmente diverso da regione a regione, da città a città che trovare un denominatore comune lo trovo impossibile, anche se i manuali scolastici di storia dell’arte spesso ne trovano uno, che io non condivido

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    1. Ed è proprio questo l’intento cruciale delle riflessioni di Before Chartres: trovare quel denominatore comune che ci fa amare come “romaniche” realizzazioni anche diversissime tra loro (e diffidare di certe altre magari molto simili, ma evidentemente portatrici di uno spirito differente).

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      1. Daniele Vaccaro (da Fb):

        Io in generale sono molto scettico sulle categorie storico-estetiche, ogni opera è più complessa e ricca della categoria cui appartiene. Nelle mie lezioni (insegno disegno e storia dell’arte in un liceo) preferisco raccontare la storia dei termini, ma le categorie per me sono gabbie a volte inutili, un esempio fra tutti quella di Barocco nella quale viene messo tutto quello che è stato prodotto nel Seicento.

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  6. Luca Borgia (da Fb):

    Mah. A mio parere il romanico c’è, eccome, con mille sfaccettature (e questo è un pregio) e, magari, meno “monumentalità” rispetto ad altri territori anche per via dei terremoti e varie traversie (fondi che finiscono “prima”, cosa che a volte avviene anche oggi. Anzi, oggi i costi improvvisamente aumentano…). La chiesa che ha dato lo spunto allo spagnolo per dire che è meno romanica è proprio il caso di un edificio semidistrutto da un sisma. In tante chiese o pievi “rurali” non ci sono le volte, per dire: in qualche caso l’idea di realizzarle c’era e non è stata portata a termine per vari motivi, in altri la scelta è stata voluta o di necessità. Mi era capitato, anni fa, di discutere su fb con un utente, il quale sosteneva che il gotico in Italia non c’è. Non c’è nelle fattezze e nella grandiosità che si è abituati a vedere oltralpe, ecco. Avanti così, tra romanico che è poco e non c’è, il gotico non c’è, cosa abbiamo: ologrammi?

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    1. Non certo ologrammi, Luca, ma un’architettura che ha prodotto moltissimi capolavoro, ma non possiamo non dire diversa, per alcuni aspetti, dal romanico e dal gotico continentali. Ed è diversa, io credo, per la persistenza della lezione classica e bizantina. Non è mica una diminutio, anzi: il romanico spagnolo quando incontra l’arte classica se la beve e se ne impregna; solo che in Spagna di “classico” c’era molto di meno.

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      1. Luca Borgia (da Fb):

        Ovviamente la domanda era una provocazione. Abbiamo, nell’ambito del romanico, parecchie derivazioni territoriali legate a influenze che arrivavano da fuori e anche al tipo di materiale costruttivo (o di spoglio) disponibile o lavorabile. In alcune zone c’è il travertino, in altre arenaria, altre ancora vedono la presenza di marmi… Da me, ciottoli di fiume e mattoni (pianura novarese): roba povera, eppure anche con quella non sono mancati edifici interessanti.

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  7. Roberto Tassi (da Fb):

    Il Gusto Romanico, così come avviene anche per gli altri ed in altrettante circostanze territoriali, é un Gusto con variabili vernacolari per altro con inflessioni stilistiche ad oggi difficili da ricondurre con certezza a specifici autori, come invece avviene dal Rinascimento in poi.

    L’unico comune denominatore del Romanico, dal quale non può prescindere alcun tentativo interpretativo filologico e su base territoriale, é la “povertà” al quale il Gusto Romanico si conforma nella pre-Italia, ed é da quella povertà diffusa prima dell’anno mille da lì a poco nel ‘200 saremmo poi diventati il territorio più ricco e questo presupposto economico avrebbe poi dato l’incipit a quello che sarebbe poi stato il Rinascimento con un Gusto certamente più unitario ma con notevoli interpretazioni individuali che ne fecero il crogiolo di variazioni di Stile.

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  8. Attilio Maria Spanò (da Fb):

    Però quando parliamo di Romanico, Gotico… ci riferiamo ad aspetti esteriori. In realtà lo stile, quella cosa che si interessa solo della superficie e non scava nella struttura vera della cultura che ha portato alla nascita di certe cose (da palazzi a chiese) nasce nell’800 in Germania… quando i popoli germanici erano alla disperata ricerca di una loro identità… ritrovandola nel medioevo.

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